Paola Cotticelli

TRADIZIONI. Oggi si celebra la sesta edizione della Giornata nazionale del dialetto per valorizzare gli idiomi regionali

Spiega Paola Cotticelli, glottologa «Le lingue degli avi possono riavere il loro posto nella società dove siamo tutti alfabetizzati»

 

Manuela Trevisani «Voria cantar Verona, a una çerta ora / de note, quando monta su la luna: quando i boschi che dorme el par che i cora / dentro sogni de barche a far fortuna drio a l’aqua de l’Adese, che va / in çerca de paesi e de çità…». Versi di Berto Barbarani, poeta che, come molti altri, aveva scelto proprio il dialetto veronese per cantare la sua terra. Quel dialetto che, a Verona come in altre province e regioni, arranca, fatica a farsi spazio tra le nuove generazioni, pur essendo parte integrante della cultura e delle tradizioni locali. Ed è anche per questo che oggi si celebra la sesta edizione della Giornata nazionale del dialetto.«Il rapporto tra dialetto e lingua nazionale è complesso e oggi si può finalmente vedere in modo positivo», esordisce Paola Cotticelli, professore ordinario di Glottologia linguistica e direttrice del Centro linguistico dell’ateneo scaligero. «La storia e la politica della linguistica italiana hanno mostrato che il rapporto tra l’utilizzo del dialetto e della lingua nazionale è stato diverso nel tempo. Ci sono stati dei momenti in cui era necessario arrivare a un alto livello di alfabetizzazione e il dialetto è stato messo in secondo piano per arrivare a una lingua in cui tutti potessero riconoscersi», spiega Cotticelli. «Ora che c’è un alto livello di alfabetizzazione, il dialetto può tornare a riacquistare spazi nella società».Insomma, il «veronese» non viene più messo alla porta, ma torna a essere riconosciuto. «Da un punto di vista storico, il dialetto rappresenta un idioma, come la lingua nazionale», prosegue Cotticelli. «Attualmente stiamo assistendo a un ritorno: anche alcuni giovani hanno riscoperto il dialetto e la sua capacità di trasmettere senso identitario. Affinché questa lingua sopravviva, bisogna continuare a usarla: l’invito è, dunque, a non abbandonare queste consuetudini».Chi teme per il futuro del dialetto è sicuramente Alverio Merlo, poeta dialettale. «In passato si è fatto l’errore di ritenere che parlare il dialetto significasse essere rozzi», spiega Merlo. «Purtroppo le nuove generazioni stanno perdendo questa lingua, che temo sia destinata a cadere nell’oblio». Una lingua che, come sottolinea Merlo, varia di zona in zona, di paese in paese. Ci sono, in particolare, sette ceppi di dialetto veronese, che corrispondono a sette aree geografiche della provincia: Verona città, il basso lago, l’alto lago, la Valdadige, la Lessinia, l’Est Veronese e la Bassa. «Il dialetto è una lingua non codificata: ogni paese lo parla alla sua maniera», prosegue il poeta. «Anche per questo motivo è difficile portarlo nelle scuole e insegnarlo ai ragazzi».Merlo sottolinea come, nel processo di italianizzazione avviato ormai due secoli fa, la lingua veneta sia stata completamente ignorata. «L’Italia ha meno di 160 anni, mentre la Repubblica di Venezia è durata mille anni, ma nei libri di storia non se ne trova traccia: viene liquidata in mezza pagina. Lo stesso vale per la lingua veneta, che avrebbe avuto tutti i titoli per diventare la lingua italiana al posto di quella toscana».Un altro cultore del dialetto veronese è Giorgio Gioco, patron del ristorante Dodici Apostoli, che ha dedicato la sua vita alla cultura veronese in tutte le sue forme. Gioco snocciola i nomi di alcuni autori dialettali: Berto Barbarani, Tolo Da Re, Angelino e Bepi Sartori, Giampaolo Ferriani. «Tutti maestri del dialetto, capaci di trasmettere con questa lingua l’amore per il territorio e per le sue tradizioni», spiega Gioco. «Il poeta siciliano Ignazio Buttitta diceva che a un popolo si può togliere tutto, il passaporto, il vitto e l’alloggio, ma continua a sentirsi libero, mentre diventa povero e servo, quando gli si toglie la lingua dei padri», conclude Gioco. «Lo ha detto anche Papa Francesco: ai vostri figli dovete parlare in dialetto».

Tratto da: L'Arena - cultura- pag. 45

Data: 17/01/2018

Note: Manuela Trevisani