Un disegno allegato alla documentazione di un paziente

L’INIZIATIVA. Si inaugura venerdì prossimo la mostra alla biblioteca Frinzi basata su documenti e immagini d’archivio dell’ospedale San Giacomo
La storica Garbellotti: «L’obiettivo è documentare la storia della città e renderla disponibile a tutti».
L’ex manicomio di Verona si svela attraverso cartelle cliniche, diari e foto, custoditi in un secolo di storia.Il 18 maggio la Biblioteca Frinzi di via San Francesco farà spazio a una carrellata di documenti e immagini dell’archivio dell’ospedale San Giacomo, per la mostra «Prima della legge Basaglia. Il manicomio di Verona attraverso le sue carte».L’INIZIATIVA. Da un anno ricercatori e universitari stanno archiviando e inventariando oltre quarantamila cartelle cliniche accumulate nella struttura, sorta a ridosso dell’attuale Policlinico nel 1880 e chiusa nel 1970 con il trasferimento a Marzana. La laboriosa sistematizzazione è finanziata dall’università per un altro anno, poi potrà proseguire solo con ulteriori aiuti economici. I PROTAGONISTI. Intanto l’enorme patrimonio ha iniziato a prendere forma, restituendo uno spaccato più che mai singolare della storia di Verona, che apre a riflessioni mediche e culturali sulla definizione di follia e patologia psichiatrica. «Il nostro obiettivo è mettere a disposizione della collettività materiale utile per la ricerca e per documentare la storia della città», evidenzia Marina Garbellotti, docente di storia moderna all’Università di Verona e curatrice della mostra, specificando che i dati verranno riversati nella piattaforma «Carte da legare» della Direzione generale archivi. «Con noi c’è Renato Fianco, già direttore della biblioteca di psichiatria, e i vari collaboratori hanno competenze diverse, storiche, geografiche, sociologiche, per poter analizzare i documenti da molteplici prospettive».LE VICENDE. Scartabellando il copioso materiale si scopre che, alla fine dell’Ottocento, era etichettato come matto anche chi affetto da epilessia o pellagra, oltre che da frenosi e da depressione post parto. «Nelle cartelle, oltre ai dati medici scientifici, si trova molto vissuto, con autobiografie dei pazienti, poesie, disegni, corrispondenza tra familiari o lettere rivolte al direttore della struttura», racconta ancora Garbellotti. «Trapela netta una certa consapevolezza da parte dei pazienti e la realtà di un luogo prevalentemente di cura e non particolarmente oppressivo, ovviamente se rapportato al contesto storico del tempo».TESTIMONIANZE. Prova ne sono le attività agricole proposte, e non imposte, ai pazienti per tenerli impegnati, o i festeggiamenti per il Carnevale, immortalati in scatti inediti di Giuseppe Brunetto, che colgono i pazienti in modo toccante, mascherati e «liberi», pur se in un contesto di reclusione.Conclude la docente: «I parametri di follia continua a mutare e va da se che, in passato, la maggior parte delle persone recluse nella struttura fossero di ceto sociale basso. Era nella miseria che trovavano terreno fertile le allucinazioni provocate dalla pellagra o patologie dettate da scarsa igiene o dai drammi della guerra».La mostra, a ingresso libero, sarà inaugurata venerdì prossimo alle 17.30, e resterà aperta dalle 8.15 alle 23.45 fino al 30 agosto.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 23

Data: 12/05/2018

Note: Chiara Bazzanella