L'affresco del Settecento ritrovato nello studio Radetzky a Palazzo Carli, in via Roma

OPERE D’ARTE. Tornato alla luce e restaurato, è stato svelato ieri al pubblico a Palazzo Carli

Risale al Settecento e ricopre il soffitto dello «studio Radetzky», ma per secoli è stato nascosto dall’intonaco. Un anno e mezzo per il recupero

Avendo a che fare con il fantasma della moglie di Radetzky che si dice infesti le stanze di Palazzo Carli, dove il feldmaresciallo ebbe il suo quartier generale e la sua residenza veronese (la contessina Francesca Romana von Strassoldo-Gräfenberg, morì nel 1854 proprio in palazzo Carli), il generale di corpo d’armata Giuseppenicola Tota non si è scomposto più di tanto di fronte alla sorpresa di un affresco del Settecento, di cui nessuno conosceva l’esistenza, comparso sotto una crepa dell’anonimo soffitto a padiglione dello «studio Radetzky», al primo piano della sede del Comfoter di supporto, in via Roma. Un’imponente intervento di recupero, durato un anno e mezzo, ha liberato l’opera dagli strati d’intonaco che la ricoprivano, riportandola alla luce. Il restauro è stato eseguito dagli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Verona, sotto la supervisione dei docenti, grazie al contributo della Fondazione Cariverona. «Quando ho visto il dipinto per la prima volta, nella sua interezza, ho chiesto se la copertura, se quello scempio, fosse stato opera dei militari, ma mi è stato assicurato di no», spiega Tota sorridendo e anticipando di voler organizzare delle visite guidate non appena le misure anti-Covid lo consentiranno. L’opera rappresenta una doppia allegoria: quella «dell’abbondanza», ritratta nella figura centrale che sperpera monete d’oro, e quella «della prudenza» che con armatura, elmo e corona di moro sembra invitarla a non scialacquare il denaro che due personaggi alati raccolgono in un vaso.La scena è racchiusa dentro una cornice in finto legno intarsiato su cui sono collocati quattro vasi floreali, agli angoli. Il tutto è inserito in una cornice a finto stucco con volute e foglie d’acanto che si sviluppa lungo il perimetro della stanza. In corrispondenza delle quattro porte, quattro medaglioni in monocromo rosa raffigurano le stagioni. Irene Corradini, una degli studenti che ha lavorato al restauro, scegliendolo come argomento della tesi di laurea, spiega che sono state avanzate diverse ipotesi di attribuzione. «Per la parte centrale i pittori veronesi Matteo Brida e Gianbattista Buratto, attivi anche nei palazzi dell’Accademia Filarmonica, mentre per le cornici i quadraturisti Pietro Antonio Perotti, che lavorò a Palazzo Erbisti, Giovanni Mattioli e Filippo Maccari, decoratori delle pareti di villa Giuliari a Buttapietra». La tecnica utilizzata è calce con campiture sia a secco che a fresco stese in diverse giornate, come ha rivelato l’osservazione a luce radente. Lo strato di intonaco che le ricopriva ha conservato bene la pellicola pittorica, ma è stato necessario sanare diverse criticità: «la fratturazione dell’intonaco, le stuccature, i distacchi delle dorature a pennello e a foglia d’oro», elenca Corradini. L’intervento si è svolto in varie fasi, dall’analisi stratigrafica al «descialbo» – rimozione dell’ultimo strato di intonaco attraverso l’uso di una spugna bagnata, bisturi, spazzolino e vaporetto – dal consolidamento tramite una resina acrilica alla pulitura con impacchi di carbonato di ammonio, fino al ritocco pittorico conclusivo. I dettagli sono stati illustrati durante un incontro al circolo unificato di Castelvecchio a cui hanno partecipato l’assessore alla Cultura Francesca Briani, la direttrice dei Musei civici Francesca Rossi, il direttore della Cariverona Giacomo Marino e il direttore dell’Accademia di Belle Arti Marco Giaracuni. Era presente anche il generale Amedeo Sperotto, alla guida del Comfoter fino al 2018.

Tratto da: L'Arena - cultura- pag. 40

Data: 24/06/2020

Note: Laura Perina