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L’Arena si inchina a Paul McCartney, il vecchietto terribile -A Verona quasi tre ore di concerto senza fare una piega
L’epoca dei Beatles rievocata anche nel repertorio minore

Una furia d’uomo. Nel pomeriggio, sotto la pioggia, al soundcheck si era fatto fotografare con alcuni fans a piedi nudi davanti a una riproduzione della famosa passeggiata sulle strisce ad Abbey Road, e aveva provato poi 19 canzoni, non tutte finite fra le quasi 40 (quaranta!) che hanno riempito una serata così freddolina e ventosa da costringerlo a un cappottino alla moda. Fredda ma eruttante un entusiasmo palpabile, una festa in famiglia fra beatlesiani incalliti più di lui.  

E poi dicono che ’sti settantenni non se ne vogliono andare. È anche una questione di esempi deleteri. Nessuno ci può fare niente se lo scattante Paul McCartney, che tira per quasi tre ore con il gruppo sul palco dell’Arena senza fare una piega, è uno dei rari personaggi più famosi al mondo, al pari di certi sempiterni padri della patria. Dal 18 giugno scorso ha 71 anni, ed è uno che senza tanto sbandierarlo, come attività è peggio di Bob Dylan: non smette mai di tenere concerti, incidere, sposarsi, concedere interviste, registrare una canzone come ha appena fatto con il pioniere dell’elettronica Sir Bob Cornelius Rifo. 

Questo Out There tour (titolo vagamente baglionesco), è cominciato in America nei mesi scorsi, e conta solo 4 date in Europa. Iniziato sabato a Varsavia, proseguito ieri a Verona. Esauritissima nei 13 mila posti la magica Arena, a suo agio con il Beatle come con la lirica: non è, la musica dei Beatles, la lirica del Novecento? Gente da Roma e dalla Sicilia, da Monaco di Baviera e da Vienna: perché le canzoni firmate Lennon-McCartney che fioriscono con forza incontenibile dal palco sono ancora la colonna sonora della nostra storia comune, e non c’è nessuno che non le sappia. 

La vasta energia delle pile di Sir Paul e dei suoi musicisti suona come risposta made in England all’identico trascinante carisma di Bruce Springsteen, che pure è di quasi 10 anni più giovane di lui. Bene di fisico, bene di voce, timbrica inconfondibile nei decenni e al massimo un po’ affaticata strada facendo, mentre ben vocalmente sorretto anche dai musicisti affronta un energico e colorito zigzag che ripercorre pezzi da ascoltare in silenzio come Blackbird o l’harrisoniana Something, oppure rende omaggio a Lennon con Being for the benefit of Mr. Kite (firmata solo da John) o a Starr con i suoi Obladi Obladà, e spara autentici inni tipo Let it be e Het Jude fino ai ripetuti bis del gran finale, dove le perle beatlesiane si chiamano Day Tripper, Get Back o Yesterday che vale un repertorio. 

Se si deve stilare una classifica dei grandi vecchi del rock, si può dire che il meno in forma è Bob Dylan (72, appena fatti pure lui) il quale preferisce stupire con i bellissimi dischi che sta sfornando in terza età: a differenza del baronetto, la cui ultima produzione non ha mai sfiorato l’effetto sorpresa. Tra l’altro, ha appena rivelato di essere al lavoro su un nuovo album, dopo quello di cover con Diana Krall. Qui ripercorre My Valentine: «L’ho scritta per mia moglie Nancy», dice in italiano. 

McCartney è dunque un ragazzo invecchiato senza pensarci, che si cura e ci tiene, come quasi chiunque nel tempo che viviamo. Le quasi tre ore sul palco lo mostrano scattante sotto quel caschetto di capelli tinti finalmente da una mano amorosa e di colori naturali e non punitivi come accadeva prima. 

Con forza, durante Back in the U.S.S.R., in questo tour chiede spesso la liberazione delle Pussy Riot. Ma punta molto anche sul repertorio minore beatlesiano, come Eight Days a Week con il quale ha aperto il concerto, mai eseguita dai Beatles dal vivo, e cerca di valorizzare pezzi del periodo Wings, il gruppo che fondò con Linda nei ‘70, finiti i Beatles (il rock maschilista diceva che lei dietro il piano srotolasse un gomitolo, fingendo di suonare). Non a caso sta uscendo una riedizione rimasterizzata dell’album Wings over America. Lo stile è sempre omogeneo, pop spruzzato di rock bello teso; dell’epoca è rimasta la più famosa Live and Let Die, colonna sonora di uno 007 del ‘73. 

Nel 2015 uscirà una sua biografia autorizzata (cioè buona), a cura di Philip Norman. 

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Tratto da: La Stampa .it

Data: 26/06/2013

Note: marinella venegoni