Le “cicatrici delle sciagure sofferte”. Quando la peste colpì Verona

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«Il “paziente zero” è stato ormai identificato in Francesco Cevolin, un soldato bresciano diretto a casa che si ferma a mangiare e dormire nella locanda di Lucrezia Isolana, nei pressi del Ponte Nuovo, portando con sé un grosso fagotto di indumenti infetti, rubati ai soldati tedeschi»

e Professore Gian Paolo Romagnani

illustrazione della peste

Attorno al 1620 Verona è una città in netta crescita demografica ed economica, tra le venti città più popolose d’Europa. Sono gli anni della guerra dei Trent’anni e da un reggimento di lanzichenecchi boemi diretti a Mantova ha origine la peste che devasterà l’Europa intera, segnando per la città di Verona uno spartiacque senza precedenti.

Una riflessione sulla nostra storia antica che appare oggi quanto mai dovuta, per comprendere meglio il nostro presente con la consapevolezza che gli uomini del passato hanno affrontato problemi analoghi a quelli odierni e hanno superato drammi di proporzione incomparabilmente maggiore. Ne abbiamo parlato con il professor Gian Paolo Romagnani, docente di storia moderna all’Università di Verona ed ex Direttore del Dipartimento di Culture e Civiltà.

Professore, quali furono le origini della peste del 1630?

Da Mantova, dove è in atto la guerra per la successione al trono ducale, nel marzo del 1630 il contagio giunge a Verona dove il “paziente zero” è stato ormai identificato in Francesco Cevolin, un soldato bresciano diretto a casa che si ferma a mangiare e dormire nella locanda di Lucrezia Isolana, nei pressi del Ponte Nuovo, portando con sé un grosso fagotto di indumenti infetti, rubati ai soldati tedeschi. Entrato nella locanda il 14 marzo, stanco e febbricitante, Cevolin ne esce il 20 marzo su un carretto, morto “di febbri” secondo il primo, impreciso, referto medico. Il contenuto del fagotto infetto viene spartito fra gli avventori della locanda, Lucrezia e i suoi figli si ammalano a loro volta e muoiono tutti fra il 22 e il 29 marzo. Sedici inquilini di quel caseggiato muoiono nella stessa settimana. Ormai Verona è contagiata.

Che evento fu per la città questa epidemia?

La diffusione è rapida in tutta la città e nel territorio. In poche settimane i morti sono oltre 30.000, con un calo della popolazione urbana da 56.000 a 21.000 abitanti e un tracollo della popolazione del contado ridotta da 250.000 a circa 52.000 abitanti. In tutta la Repubblica di Venezia la popolazione cala del 42%, in Germania fra il 50 e l’80%, cifre sicuramente non comparabili con la pandemia odierna. Tutta l’economia risente di questo rivolgimento demografico, segnando una fase di lunga depressione che giungerà fino ai primi quattro decenni del Settecento. A tre anni dalla fine della peste, nel 1634, il Podestà veneziano di Verona Girolamo Dolfin descrive la condizione della città con queste parole: «La Città per lo mancamento delle genti, per le ruvine degli edifici nell’esterne contrade et per diminuttione del negotio mostra chiare le cicatrici delle sciagure sofferte nelle decorse calamità, et va lentamente avanzandosi». Un contagio che ha rappresentato davvero la fine di un’epoca.

Dalla metà del ‘500 in Europa vengono edificati i lazzaretti, strutture in muratura lontane dal centro abitato destinate ad isolare i malati. Come era organizzato il lazzaretto a Verona e come venivano gestiti i cittadini infetti?

Il lazzaretto di Verona – attribuito a Michele Sanmicheli, ma in realtà opera dell’architetto Giangiacomo Sanguinetto – si trova in località Pestrino, in un’ansa boscosa dell’Adige piuttosto isolata dal centro urbano. In poche settimane deve accogliere più di 5.000 appestati che vi vengono trasportati su grandi zattere lungo il fiume per rimanervi in quarantena. Il problema è lo stesso di oggi: di fronte all’emergenza del contagio la struttura sanitaria non regge l’impatto dei grandi numeri. La maggior parte degli ammalati muore, contagiando anche i pochi sani. Molti ammalati restano in città e le autorità municipali adottano provvedimenti severissimi, molto simili a quelli di questi giorni. È vietato l’ingresso in città a chiunque, è vietato fermarsi per strada a parlare, lavare i panni all’esterno. Le osterie e le locande sono tutte chiuse. Per muoversi occorre una “fede di sanità” rilasciata dai Provveditori e i sospetti di contagio devono rimanere sbarrati in casa in quarantena, mentre gli ammalati sono trasportati al lazzaretto sulle barche.

Il lazzaretto è oggi eredità cittadina, ha la giusta valorizzazione secondo lei?

Il lazzaretto di Verona era una delle strutture meglio conservate d’Europa fino al maggio del 1945 quando, dopo essere stato trasformato negli anni di guerra in polveriera e deposito di bombe, un gruppo di ragazzi giocando con i petardi ne ha provocato l’esplosione e la distruzione quasi totale. Da allora è stato lasciato all’abbandono e al degrado ma finalmente, da tre anni a questa parte, il lazzaretto è al centro di un grande progetto di recupero promosso dal FAI in collaborazione con l’Università e con il Comune. Gli archeologi del Dipartimento di Culture e Civiltà, coordinati dalla prof. Patrizia Basso e dal prof. Fabio Saggioro, hanno messo in luce pavimentazione e fondamenta e stanno procedendo al restauro delle strutture conservate. L’obiettivo è di trasformare quell’area in un vero e proprio parco archeologico, un luogo di storia restituito alla città per riflettere – spero ora anche alla luce delle vicende drammatiche di queste settimane – sul proprio passato sia dal punto di vista architettonico che da quello storico e sociale. Gli uomini e le donne del passato hanno affrontato momenti drammatici con l’assenza di nozioni scientifiche paragonabili a quelle del nostro tempo. Ma sono sopravvissuti e hanno ricominciato. I grandi drammi del passato hanno sicuramente stimolato le civiltà consentendo loro di sviluppare nuove esperienze da trasformare in conoscenze.

Tratto da: Pantheon