REPERTI PREISTORICI. Portate all’Arsenale, alcune s’erano «colorate».

Alessandra Aspes, ex direttrice del Museo di Storia naturale, accusata di danneggiamento. Al giudice ha spiegato : «Per il ministero il fenomeno è reversibile».

«Non ho mai avuto sanzioni amministrative, la responsabile del Ministero, la dottoressa Calandra nella sua relazione ha scritto che il fenomeno è reversibile e che i danni riportati dal 2-3% delle selci non sono permanenti». E l’azzurro sparirebbe trattando le pietre con acetone o sottoponendole ai raggi x.Questa vicenda l’ha angosciata come angoscerebbe chiunque chiamato a rispondere in tribunale per qualcosa che ha fatto rispettando regole e cautele. Dal 2010 Alessandra Aspes, studiosa e già direttrice del Museo di Storia naturale, convive con lo spettro di quelle benedette selci – reperti scientificamente importanti perchè testimoniano l’opera dell’uomo preistorico – che dopo il trasferimento da Castel San Pietro all’Arsenale hanno assunto una colorazione azzurrognola, qualcuna più di altre. Quelle selci «colorate» a macchia di leopardo da due molecole fino a quel momento completamente sconosciute e che per l’occasione vennero ribatte! zzate, in omaggio a Verona, «Giulietta e Romeo». Di romantico c’è poco però, perchè all’ex direttrice (lasciò la direzione nel marzo 2010) oltre ad alcune violazioni relative agli obblighi conservativi, e già ampiamente prescritte, si contesta il danneggiamento appesantito dal «dolo eventuale» che presuppone l’accettazione del rischio che ci sarebbero stati danni.Ieri, davanti al giudice Raffaele Ferraro, per allontanare quello spettro, la dottoressa Aspes ha ripercorso ogni passaggio. Poco prima il suo legale, Marina Iacobazzi, ha depositato consulenze e relazioni, ha dato il consenso affinchè il giudice acquisisse il fascicolo del pubblico ministero (ieri in aula il dottor Nicola Marchiori) ma il processo si conclude in settembre.E Alessandra Aspes, rispondendo alla domanda sulle cautele adottate, ha iniziato: «Il Comune aveva venduto Castel San Pietro alla Fondazione e dovevamo spostare le collezioni. Il luogo più idoneo fu individuato nell’Arsenale, anche in! vista di una unica sede museale. Il locale venne quindi siste! mato, controllata l’umidità e l’aerazione, le condizioni erano le stesse dell’altro deposito. Vennero acquistate strutture in metallo, poche amministrazioni se lo possono permettere, con cassettiere in grado di consentire una catalogazione ordinata».Delibere di giunta che a partire dal 2006 sono a sostegno di ogni operazione, nel 2007 venne data comunicazione del trasferimento alla Soprintendenza e un mese dopo, scaduto il termine per eventuali osservazioni (che non arrivarono)si fece il trasferimento.Le collezioni venivano da Palazzo Pompei, dagli anni ’80 erano a Castel San Pietro in contenitori fatiscenti che non avrebbero retto al terzo spostamento. Per questo la struttura in metallo e la decisione di inserire, sul fondo dei cassetti, i tappetini: «Fu per una ragione molto semplice, ogni gruppo di pietre è contenuto in un sacchetto adagiato in una scatola di cartone, è stato fatto affinchè non scivolassero. Fino al settembre 2009 non accadde nulla, c’era un cantie! re e per motivi di sicurezza ci proibirono ma le condizioni del deposito erano le stesse».Nel febbraio 2010 comparve il colore. «Un fenomeno strano, non uniforme, su 300 cassetti uno sì e uno no presentava variazioni ma non su tutte le pietre. Non poteva esserci contaminazione e venne esclusa anche quella da idrocarburi perchè irrilevante. Su 280mila pezzi 400 si sono azzurrati e di questi solo lo 0,01 in maniera più intensa». Nessuna contestazione, nessuna sanzione, nessun danno contestato alla studiosa. «Le selci? Sono rimaste così».

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 20/06/2015

Note: CRONACA – Pagina 19