Alessandro Canestrari militare in Libia

BIOGRAFIA. Per catturarlo, le Brigate Nere arrestarono la sorella. Lui non rilevò i nomi della Resistenza e fu condannato a morte, pena commutata in 30 anni
La figlia Fiorenza ha dedicato un libro al padre Alessandro Canestrari, la «frusta» come lo avevano soprannominato i colleghi della Dc,

Se ne andò a 90 anni il 15 febbraio 2006 vinto da un tumore che lo tormentava da tre, ma fino all’ultimo, con le mani in quelle del figlio Giorgio che gli canticchiava le canzoni partigiane Fischia il vento, urla la bufera e Bella ciao, ebbe la forza di cantare insieme, «dimostrando così che i grandi restano tali anche di fronte alla morte», ha scritto di Alessandro Canestrari la figlia Fiorenza, in una densa, appassionata e avvincente biografia che si legge come un romanzo (Alessandro Canestrari. Gli affetti, la Resistenza, la politica, Casa editrice Mazziana).Davvero Verona ha avuto la fortuna di avere tra i suoi figli un personaggio che meriterebbe ben più dell’intitolazione tardiva di un giardino e «la frusta», come lo soprannominavano i colleghi democristiani, ha forse colpito troppo poco per fustigare corruzione, clientelismo e abusi.Il libro gli rende quell’onore che chiese alla figlia di ricordare per la sua orazione funebre: «Sono stato partigiano, combattente per la libertà; deputato al Parlamento, marito e padre. Sono convinto che non sono tutti cattivi gli uomini, sono solo il potere e il denaro che li rendono spesso bestie e non capiscono che la libertà è il bene più prezioso che l’uomo possa avere».Nacque il 10 agosto 1915 a Marano Lagunare (Udine) allora zona depressa e di malaria, figlio di Giuseppe, direttore del locale ufficio postale e di Elvira Griso Belesai, entrambi veronesi di San Martino Buon Albergo e San Michele e incontrò la guerra ancora piccolissimo perché un anno dopo l’ufficio fu bombardato dagli austriaci, la madre fu ferita gravemente e la domestica quindicenne che era in casa morì.La famiglia, dopo la rotta di Caporetto fuggì sui barconi in laguna, con l’aiuto dei pescatori locali, lasciando il piccoloAlessandro in affidamento a una famiglia del posto per non fargli subire i rischi della fuga. Lo recuperarono a guerra finita, sano e salvo ma con un’esperienza che deve aver formato il suo carattere volitivo e vivace.Un’anima irrequieta non mancò di manifestarsi presto, tant’è che fu sconsigliata la via del seminario intrapresa dal fratello Giorgio con i comboniani. Restò a Bosco Chiesanuova, dove il padre si era trasferito per il lavoro postale, per tutta l’infanzia fino al ginnasio, collaborando nella consegna delle lettere ai vari alberghi dove non disdegnava di mettere in luce anche le sue doti vocali che gli fruttano mance dalla nobiltà che allora frequentava il centro turistico della Lessinia.Era spesso punito dal padre, persona rigida, che mal sopportava gli slanci libertari del figlio che si manifestarono fin dalla prima adolescenza quando si calò dal campanile con la corda delle campane, richiamando in piazza mezzo paese: Vien so disgrasià che te copo!»fu l’imperativo paterno seguito da una gragnola di botte, acconto di quelle che prese quando strappò il velo a una suora del paese per vedere se aveva i capelli.Ironico e salace, si definiva di grande intelligenza perché cresciuto a zampe e teste di gallina, che lui considerava animali per niente stupidi, in quanto il petto andava per metà alla mamma e per l’altra metà alla sorella sempre malaticcia, mentre le cosce toccavano al padre e al fratello seminarista.Del resto studiando dai salesiani rimediò una bocciatura in quinta ginnasio che fu la fine della sua carriera scolastica per via del padre che non accettò di vederlo ripetere l’anno, ma fu anche il pretesto per avviarlo allo studio del pianoforte con lo zio Dionigi Canestrari, musicista di caratura internazionale incompreso dalla moglie che incartava salami e formaggi con i suoi spartiti musicali.Il pianoforte fu lo strumento che a Trento, durante il servizio militare alla ricerca di una tastiera dove continuare a esercitarsi, gli fece incontrare la ragazza della sua vita, Eugenia Asson, maestra elementare, che sposò in una fortunata licenza durante la guerra d’Africa che gli permise di evitare la sanguinosa battaglia di El Alamein, ma non di essere rispedito in Grecia da sergente dove si meritò una medaglia di bronzo per essere riuscito a riportare in Italia indenne tutto il suo reparto in un lungo viaggio in treno più volte attaccato dai partigiani jugoslavi.Il rientro in licenza a Tregnago, dove nel frattempo il padre era stato trasferito per guidare l’ufficio postale locale, coincise con l’armistizio dell’8 settembre e la scelta di Canestrari di organizzare la Resistenza con il primo Battaglione Tregnago, dopo una breve esperienza nella Divisione Pasubio e la guida successiva della formazione Luciano Manara che operò in Val d’Illasi e sul Baldo.Per catturarlo le Brigate Nere organizzarono l’arresto della sorella Costanza, costringendolo a tornare a casa per avere notizie di lei e farsi a sua volta catturare. Interrogato e torturato a lungo non rivelò mai i nomi dei propri compagni di lotta, ricevendone in cambio la condanna a morte, commutata in trent’ anni di campo di concentramento. Nel lager di Bolzano, con il numero di matricola 9586 e il triangolo rosso dei prigionieri politici fu caricato per tre giorni su un treno per Dachau che non partì mai a causa del bombardamento alleato della linea del Brennero. «Lo salvò un gran senso dell’umorismo, una fede incrollabile in Dio e soprattutto un grande amore per la vita», scrive la figlia Fiorenza.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 33

Data: 5/08/2018

Note: VITTORIO ZAMBALDO