La corruzione? Viene da lontano –

Alcune vicende giudiziarie recenti, che paiono evocare i fantasmi di Tangentopoli,inducono a riflettere sul peso che gli episodi di corruzione hanno avuto sull’opinione pubblica italiana. Di fronte ad un Paese assuefatto, o comunque poco reattivo, non basta ritornare alle vicende che hanno portato alla fine della prima repubblica,ma è utile risalire indietro fino ai primi decenni dopo l’Unità, quando – sopiti gli echi risorgimentali – un nuovo e disinvolto ceto politico si stava ormai sostituendo a quello dei padri della Patria

In quella stagione opaca si staglia la figura di Felice Cavallotti, deputato milanese dell’opposizione ed esponente della minoranza radicale, instancabile fustigatore del malcostume di fine secolo.
Pochi sanno che si deve a lui l’origine dell’espressione «questione morale», titolo di un suo libro del 1895. La vicenda più nota che lo vede protagonista è lo scandalo della Banca Romana (l’ex banca dello Stato Pontificio e una delle sei banche italiane autorizzate ad emettere moneta circolante), già coinvolta in investimenti speculativi nell’edilizia in seguito al trasferimento della capitale a Roma e nuovamente al centro di attività illecite emerse nel 1892 da un’inchiesta parlamentare.
Risultava infatti che la banca aveva emesso una quantità di banconote false con le quali aveva concesso finanziamenti illegali a ventidue deputati e ministri, fra i quali i presidenti del consiglio Giovanni Giolitti e Francesco Crispi.
Le confessioni del direttore della banca Tanlongo, arrestato nel 1892 e processato, non avrebbero però portato ad alcuna condanna di esponenti politici, ma all’assoluzione, due anni dopo, di tutti gli imputati e, di fatto, all’affossamento dello scandalo per evitare più gravi implicazioni. In compenso nel 1893 tutti gli istituti di emissione sarebbero stati soppressi per lasciare campo alla sola Banca d’Italia, istituita in quell’anno come unico istituto di credito nazionale autorizzato ad emettere moneta.
La reazione di Cavallotti fu durissima. Il deputato radicale denunciò non solo la collusione dei politici, ma la volontà del governo di mettere a tacere lo scandalo facendo pressione sui giudici. Le sue accuse contro Giolitti e Crispi furono puntuali e circostanziate, anche se inefficaci sul piano giudiziario. Tuttavia l’opinione pubblica ne fu fortemente colpita. Il momento culminante della polemica cavallottiana è rappresentato dalla pubblicazione nel 1895 di una Lettera agli onesti di tutti i partiti che ebbe un’eco stordinaria. Rivolgendosi agli uomini onesti di tutti gli schieramenti politici Cavallotti chiedeva le dimissioni di Crispi, accusato di favoritismi, compensi illeciti, collusione con ambienti malavitosi e denunciato come uomo corrotto: «In qualsiasi grado della scala sociale si trovi, l’uomo pubblico accusato di fatti che lo toccano nell’onore, o dà querela all’accusatore e lo sfida a provare la sua accusa in giudizio, o affronta in qualche altro modo solenne l’esame. Poiché l’uomo esercitante, per fiducia altrui, un pubblico mandato, ha verso coloro che glielo conferirono, doveri dai quali non può esonerarlo nessun esagerato sentimento di se stesso».
La clamorosa accoglienza tributata da tutte le parti politiche alla lettera cavallottiana contribuì cert + Aggiungi una nuova categoria amente ad affrettare la fine politica di Crispi. Ma la storia dell’Italia corrotta era appena agli inizi.

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA - nazionale

Data: 15/06/2014

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