SANITÀ. Erogato un fondo dal ministero dell’Università e della ricerca

Stanziati 8 milioni per 5 dipartimenti. L’obiettivo è continuare a star bene in condizioni di vulnerabilità coinvolgendo anche il sociale le amministrazioni.
Non basta guarire. Bisogna continuare a stare bene. Questa la premessa del progetto multidisciplinare presentato ieri dal Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’università di Verona finalizzato a migliorare la qualità della vita in condizioni di vulnerabilità.Sei le tipologie di pazienti coinvolte: malati di Parkinson, sclerosi multipla, ictus più i migranti che richiedono protezione internazionale, gli anziani e i bambini con disturbi funzionali.Come si vede una larga fascia di destinatari che potrà contare su azioni mirate grazie al sostegno di un fondo premiale disposto dal ministero dell’università e della Ricerca che ha stanziato 8milioni 100mila euro per i dipartimenti universitari d’eccellenza. Soddisfatto del riconoscimento il direttore Andrea Sbarbati che ieri ha illustrato il progetto nell’aula De Sandre del Policlinico insieme a Federico Schena e Lidia Del Piccolo.Ma come si fa a mantenersi in salute quando la cronicità di una patologia assilla la nostra vita? I clinici insistono sul fatto che esistono percorsi e scelte idonee per prolungare il più a lungo possibile il nostro benessere.E anche se la malattia colpisce duro c’è sempre la possibilità di recuperare bene dopo la batosta.Le ricette parlano di azioni sanitarie, pratiche motorie, regole nutrizionali. Una scelta consapevole che dovrà contare sulla collaborazione dei diretti interessati, dicono gli scienziati. In primo luogo di chi è caduto e vuole rialzarsi, e possibilmente restare in piedi.E poi, o meglio insieme, di tutto il comparto medico, assistenziale, sociale, fino a coinvolgere le amministrazioni locali e le associazioni. Una missione decisamente impegnativa perché ancor oggi capita che il paziente, una volta dimesso, debba affrontare in desolante solitudine, magari in età avanzata, la lunga fase del recupero, del reinserimento, della riabilitazione. Un calvario che nasce da una molteplicità di fattori, compreso quello che non sempre università e territorio utilizzano la medesima sintonia.Dunque ben venga il tentativo di recuperare questo gap che dovrebbe portare alla raccolta di dati, esperienze e relazioni per migliorare le pratiche di cura.E laddove non bastasse la voglia di stare bene, potrà contribuire la convenienza economica. Perché è provata un’importante riduzione di costi per il servizio sanitario se i ricoveri ospedalieri diminuiscono. A questo risultato si potrà arrivare soltanto unendo più forze. Chi sta male non potrà accontentarsi del flacone di pillole da ingoiare ma progettare uno stile di vita più salubre. E chi indossa il camice bianco dovrà davvero «prendersi cura» anche dopo le dimissioni dal reparto.O quantomeno dialogare (non solo con i certificati e le lastre) con il medico curante, ritrovando un rapporto empatico e accettando che ogni malato ha una sua storia personale.E così, partendo da una maggiore responsabilizzazione del paziente, arrivare al miglioramento della qualità riabilitativa e del recupero funzionale, per aprire le porte, hanno detto i medici a soggetti di diverse età e condizioni fisiche ed economiche.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 21

Data: 23/06/2018

Note: Danilo Castellarin