Nicola Graziano con il suo libro

IL LIBRO. Il giudice Nicola Graziano si è rinchiuso volontariamente in un ospedale psichiatrico giudiziaro per tre giorni
«Non mi sono lavato per una settimana e non mi radevo, così sono diventato credibile».
Nella vita fa il magistrato al tribunale di Napoli. Ma per tre giorni che gli devono essere sembrati un’eternità Nicola Graziano è stato solamente un numero, una matricola: la 001. Il 27 ottobre del 2014 si è rinchiuso volontariamente nell’ospedale psichiatrico giudiziario «Filippo Saporito» di Aversa, sotto mentite spoglie. Dal ministero della Giustizia aveva ottenuto il permesso di trascorrere 72 ore nel manicomio, come un normale recluso.Il suo è stato un viaggio nella follia, poche settimane prima che gli ultimi «matti» ospitati nella struttura (la prima di questo tipo fondata in Italia, nel 1876, e l’ultima a chiudere) prendessero la via delle Rems, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza che oggi, in forza di una legge, accolgono gli autori di reato affetti da disturbi mentali, classificati come socialmente pericolosi. Quell’esperienza è diventata il libro «Matricola Zero Zero Uno», pubblicato da Giapeto Editore, corredato dalle immagini del fotoreporter Nicola Baldieri che è entrato con il giudice Graziano nell’Opg fingendosi l’inviato di un’importante testata nazionale. Dal volume è stato tratto anche uno spettacolo teatrale. Ieri l’autore è arrivato in città per parlarne, ospite della Società letteraria durante un incontro promosso dall’Ordine degli avvocati di Verona. Oltre alla presidente della Letteraria, Daniela Brunelli, sono intervenute la presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati Barbara Bissoli, Marina Garbellotti e Silvia Carraro dell’università di Verona che insieme ad altri studiosi dell’ateneo hanno dato vita a un gruppo di ricerca sul patrimonio documentale del soppresso ospedale psichiatrico San Giacomo alla Tomba. «Lei è un giudice o un pazzo?». Così è cominciata l’esperienza di Nicola Graziano. Nell’Opg di Aversa soltanto la direttrice e il comandante delle guardie sapevano della sua reale identità. Nessun altro, né infermieri né altri agenti di polizia penitenziaria. Lui aveva inventato una storia di disturbi comportamentali a seguito di maltrattamenti in famiglia che ha funzionato, persino con lo psichiatra della struttura che per primo l’ha visitato. «Ma più di tutto», ha raccontato, «ha funzionato far emergere lo stigma nei miei confronti. La settimana prima avevo smesso di farmi la doccia e di radermi. I capelli li stavo facendo crescere già da un po’. Ho indossato una tuta nera logora e scarpe senza lacci. La malattia mentale trova la sua chiave di lettura nel pregiudizio». Nel padiglione 6, dove l’hanno internato, Graziano aveva un compagno di cella recluso da quasi 40 anni. «La prima notte è la più difficile, mi ha detto rimboccandomi le coperte. Un gesto che io non compio nemmeno con mio figlio. In tutta la nostra presunta normalità, perdiamo i valori fondamentali». Fra i molti aneddoti di cui il magistrato ha parlato, anche l’incontro con Lino Renzi, il cannibale del Torrione che nel 2013 strangolò la madre e ne cucinò i resti. «Di alcuni detenuti non potevi nemmeno incrociare lo sguardo, per paura. Lui piangeva sulla mia spalla, incredulo di quello che aveva fatto». Nel volume fotografa la vita all’interno dell’Opg. «Era molto migliorata rispetto all’inchiesta parlamentare del 2008», che scoperchiò le condizioni disumane in cui vivevano i pazienti, facendo bollare il manicomio come ospedale degli orrori.«È un libro sul pregiudizio e la poca voglia che ancora oggi c’è di affrontare il tema centrale della diversità, di fronte alla quale io ho incontrato molta dignità. Davanti alla malattia mentale abbiamo due scelte, voltarci dall’altra parte o dare una mano in questo contesto di grande sofferenza umana. Ognuno come può».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 17

Data: 11/06/2019

Note: L.Per.