Visita a domicilio durante l'emergenza Coronavirus

LA PROTESTA. Sulla destinazione di fondi del decreto Rilancio per il Veneto, la Fiemmg chiede l’attenzione della Regione
Frapporti: il lavoro sul territorio ha evitato il collasso degli ospedali.

Il decreto Rilancio ha destinato cento milioni di euro al Veneto da investire nella Sanità, ma le iniziative che la Regione ha deciso di intraprendere non convincono i medici di famiglia veronesi.Il motivo è la destinazione dei fondi per le cure primarie. Essi vengono indirizzati alle Usca (Unità speciali di continuità assistenziale, 48 in Veneto e cinque a Verona), a un modello di infermiere di famiglia «che lavora nel distretto e non con il medico di base» e di assistenti sociali «che operano con le Usca, anziché con il medico di base». Così facendo, solleva il segretario provinciale della Fimmg, Guglielmo Frapporti, le cure primarie «vengono lasciate nelle condizioni pre-Covid, senza tener conto di quanto ha fatto la medicina del territorio per affrontare l’epidemia negli ambulatori, a domicilio e nelle case di riposo», a Verona anche grazie all’esperienza dei «microteam» composti da medico di base e infermiera che visitavano i “positivi” a domicilio prima dell’avvio delle Usca. Il programma Usca «scade a fine luglio e la delibera regionale prevede di prorogare i contratti al 31 dicembre, incrementando il numero di 51 unità», spiega. Le Usca, a suo modo di vedere, «andrebbero rimodulate, non solo perché sono formate da medici per lo più neo abilitati, mandati allo sbaraglio, senza formazione e spesso senza protezioni». E aggiunge: «Un medico Usca costa 40 euro l’ora, un medico di continuità assistenziale 27 e fa la stessa attività di notte e nei festivi. In otto settimane di epidemia, a Verona le Usca hanno avuto contatti con 509 pazienti per circa 30mila euro di costi totali a settimana». Alle Usca verrebbe affidata l’assistenza domiciliare integrata dei pazienti non autosufficienti, cronici e fragili – «attività specifica del medico di famiglia, che non andrebbe esternalizzata ma sostenuta con personale e mezzi» – con l’affiancamento di assistenti sociali «che non conoscono i pazienti e le loro condizioni socio-economiche come il medico di base» e infermieri di famiglia, otto ogni 50mila abitanti, che «saranno dipendenti del distretto, mentre un vero e proprio infermiere di famiglia fa parte di un team di assistenza primaria e instaura un rapporto di fiducia con le famiglie». Punti critici per cui, conclude Frapporti, «non comprendiamo il rischio di negare alle cure primarie risorse indispensabili per affrontare l’autunno, vaccinazioni, gestione ambulatoriale e domiciliare dei pazienti. Dalla Regione che ha esaltato la tenuta della medicina territoriale che ha contribuito a evitare il collasso delle rianimazioni, vorremmo i mezzi per svolgere un lavoro di qualità».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 14

Data: 30/06/2020

Note: Laura Perina