L'avvocato Giambattista Rossi fra Giorgio Zanotto e il vescovo Giuseppe Carraro all'avvio dei lavori: è il 23 giugno 1963

ANNIVERSARIO. Mezzo secolo di vita dell’Università raccontato dai suoi protagonisti. La ricerca si faceva al Lurm, laboratorio dove i giovani dottori andavano di notte
Era il 20 novembre del ’69 quando il professor Scuro avviò al Policlinico in costruzione i corsi «staccati» di Padova: iniziava il sogno di Giambattista Rossi.
Cinquant’anni fa il mondo intero stava col naso all’insù, a fissare la luna: il primo uomo vi era appena sbarcato portando a termine una delle imprese più memorabili della storia. Quasi in contemporanea un’altra rivoluzione iniziava a Verona, nelle stanze del policlinico di Borgo Roma, dove una lezione di Patologia medica del professor Ludovico Antonio Scuro dava il via ai corsi paralleli del quarto, quinto e sesto anno della facoltà di Medicina di Padova. Era il 20 novembre 1969.Lo «sdoppiamento» – il primo in Italia di una facoltà fuori sede – era stato possibile grazie alla convenzione sottoscritta nell’ottobre del ’68 dagli Istituti ospitalieri di Verona, il consorzio per lo sviluppo degli studi universitari di Verona e l’ateneo patavino. L’avvenimento coronò il sogno dell’allora presidente degli Istituti ospitalieri Giambattista Rossi, trasformare il nosocomio di Borgo Roma, che era in costruzione, in un polo ospedaliero e universitario di riferimento per il Veneto e il nord est d’Italia. «In molti ambienti», scrisse sul suo diario nel dicembre 1965, «si ritiene che nelle Tre Venezie le facoltà di Medicina dovrebbero essere tre: una a Padova», quell’anno tanto sovraccarica di studenti da dover chiudere le iscrizioni, «una a Trieste», appena inaugurata, «e la terza? Perché non a Verona?». Ad accendere la scintilla era stato «il grande successo della nuova facoltà di Economia», che aveva aperto i battenti nel ’63, «a conferma del raggio di azione interprovinciale che potrebbe interessare anche una facoltà medica». L’intuizione di Rossi avrebbe inciso per sempre sull’assetto sociale e sulla vita della nostra comunità, anche per aver introdotto attività prima inesistenti, come la ricerca scientifica e biomedica con tutto l’indotto culturale che hanno sviluppato in campo nazionale e internazionale, e che meno di vent’anni dopo si sarebbero rivelate determinanti per l’istituzione dell’Università degli Studi di Verona, ente autonomo e non più «costola» di Padova. Del primo manipolo di giovani destinato a rinnovare la sanità veronese faceva parte Giovanni Pizzolo, fresco di laurea a Padova («discussi la tesi tre giorni dopo l’allunaggio») che aveva ottenuto una delle tre borse di studio per frequentare il gruppo del professor Giorgio De Sandre, arrivando poi a dirigere l’unità operativa di Ematologia e la scuola di specializzazione dell’università. Li ricorda come «anni eroici in cui con poco si cercava di fare molto», racconta. «Anche di portare avanti la ricerca, in quel luogo avveniristico che era il Lurm», il laboratorio universitario di ricerca medica fondato nel ’69, «dove andavamo dopo esserci occupati dei pazienti, di notte e durante le feste». Il valore aggiunto era la scuderia dei maestri, cavalli di razza come Scuro, De Sandre e Roberto Vecchioni. «Non erano tanto più vecchi di noi», sottolinea Pizzolo, «ma se a Padova erano subalterni dei “baroni”, a Verona tenevano le redini, circondati di altri giovani pieni di voglia di fare. Questo è stato il motore del cambiamento».«Da Padova arrivammo come clinici, ma anche come ricercatori, perciò in città si sparse la voce che a Borgo Roma si facessero gli esperimenti», sorride l’internista e geriatra Ottavio Bosello, andato in pensione da direttore del dipartimento di Scienze biomediche ma approdato a Verona come assistente di Ludovico Scuro nella clinica di Patologia medica, a quattro anni dalla laurea. «Il programma era di partire a gennaio del ’70», incalza. «Ma in città scoppiò una terribile epidemia di influenza asiatica. Borgo Trento era saturo, così i primi 20 pazienti arrivarono da noi il 6 dicembre e nel giro di qualche giorno riempimmo il reparto: 70 posti letto. Anni duri, ma una sfida per noi, che eravamo dei trentenni». «Il policlinico era metà acceso e metà spento, da una parte luce e riscaldamento, dall’altra gli operai che ancora lavoravano. Eppure eravamo entusiasti, l’ospedale era nuovo e tutto era ancora da creare». Sotto l’ala di Scuro c’era anche Alessandro Lechi, cattedra in Medicina interna prestigiosamente tenuta per 22 anni. In riva all’Adige, spiega, «abbiamo trovato i primi posti di ruolo, noi che eravamo assistenti volontari», racconta. A spingerli al cambiamento «il sovraffollamento dell’università di Padova dove noi, laureati da pochi anni, avevamo possibilità di carriera ridotte. Qua eravamo in prima fila, pur rimanendo collegati con l’ateneo patavino». E lo stimolo di dar vita a qualcosa di nuovo aveva superato le incertezze.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 19

Data: 20/11/2019

Note: Laura Perina