Glauco Rabitti, responsabile risorse umane e produzione dal 1988

FEDELTÀ. Dal 1988 è il responsabile delle risorse umane, produzione e sicurezza. È tra i 12 dipendenti in attesa di rientro
Rabitti: «Ho incontrato migliaia di collaboratori dai capireparto agli stagionali, legatissimi all’azienda Il balzo industriale? Con l’idea geniale del concorso»
29 maggio 2018. Dopo 124 anni di storia, una sentenza riempie le prime pagine dei giornali: la fabbrica veronese Melegatti chiude per fallimento. Polemiche, accuse e rabbia di chi c’era e ora è «tra color che stanno sospesi», in attesa del verdetto di fine luglio, quando verranno aperte le buste dei concorrenti all’asta. Ci sono parole che raccontano di centinaia, in origine migliaia, di persone che hanno conosciuto la Melegatti da vicino. Dipendenti, stagionali, uomini e donne dediti al loro lavoro che, sulla solidità dell’impresa dolciaria, hanno costruito il loro futuro, creato una famiglia e mantenuto i propri figli, tra il ricordo delle origini e ora la speranza di un futuro da salvare. Il capitale umano rende viva la memoria di un’impresa, ne è il nucleo produttivo e in essa mette radici. Ripercorriamo quelle della Melegatti attraverso la testimonianza di Glauco Rabitti, per trent’anni responsabile delle risorse umane, nonché di produzione, della sicurezza (R.s.p.p.) in Melegatti e delegato per gli appalti dell’azienda. In questi giorni, è stato riconfermato tra i dodici rientrati in azienda, a tempo parziale. «Sono stato assunto in Melegatti il 18 maggio 1988, dopo un’esperienza decennale in un’azienda competitor locale. Mi sono trovato davanti a un reggimento di circa 1.200 persone, tra stagionali e dipendenti diretti Melegatti, e una tecnologia ferma agli anni Sessanta. Ho dovuto rivedere alcune politiche di gestione e di pianificazione, promuovendo un contatto diretto con il personale», racconta Rabitti. E prosegue: «Si sono resi necessari interventi di ripartizione delle risorse sui quattro turni, accorpando alcuni ruoli, per ottimizzare i costi». E racconta: «Di industriale l’azienda aveva soltanto le dimensioni, perché la Melegatti si presentava, strutturalmente, più come una “botega sgrandà”, composta da una grande famiglia di persone sconosciute». I flussi di lavoro erano totalmente gestiti dalla manodopera. «A quei tempi tutte le fasi della lavorazione erano manuali: si infornava e sfornava a mano e si tagliava pure la pasta a mano. Non c’era il raffreddamento rapido», prosegue Rabitti. «Un certo numero di persone batteva gli stampi e smodellava il pandoro, lasciandolo asciugare nei carrelli, capovolto, per circa 6-7 ore. In campagna avviata, producevamo circa 140.000 pezzi al giorno. Le termosaldatrici erano alimentate da un semplice nastro, il tutto gestito rigorosamente a mano, fino all’insacchettamento e all’inzuccheramento manuali», sottolinea Rabitti. E continua: «La palettizzazione era manuale, realizzata internamente da noi, mentre il magazzino era gestito da imprese di logistica esterne. C’era molto lavoro da fare». Non ha dubbi Rabitti quando ripercorre con la memoria questi trent’anni, in cui ha incontrato circa 30.000 persone, nel susseguirsi di stagionali e collaboratori. Le difficoltà, negli anni, non sono mancate, ma non si sono mai spinte fino a simili impasse. E aggiunge: «E pensare che, con il trasferimento nello stabilimento di San Giovanni Lupatoto, negli anni Ottanta, pochi anni prima del mio ingresso in azienda, il prodotto aveva fatto un salto di qualità e Melegatti era tra i primi cinque brand leader di settore», sottolinea Rabitti. «Il trend, dal 1988 fino agli anni 2000 è sempre stato in crescita, grazie anche all’attrattività di un’idea geniale, il concorso». Come dimenticarlo. «L’iniziativa promozionale superò ogni previsione», ricorda Rabitti. «Alla confezione del pandoro fu allegata una cartolina da compilare e spedire, del valore di oltre mezzo miliardo di premi in lire. In palio c’era di tutto: motorini, gioielli, macchine del caffè, videogiochi, come il tetris», esclama Rabitti. Il primo premio, quello più ambito, che fece aumentare le vendite era l’auto sportiva. Infatti, come dice Rabitti: «Inizialmente, acquistando il pandoro Melegatti, si poteva vincere una Ferrari, poi si è passati alla Lamborghini e alla Corvette Chevrolet. Infine, è stata la volta della Porsche, che ha illuminato gli occhi di milioni di consumatori. Un sogno durato decenni, sospeso circa sette anni fa, rimasto nella memoria di molti». Dimostrare fiducia per trent’anni alla stessa azienda, rimanda a una qualche forma di attaccamento, favorito, come dice Rabitti «dal fatto che, all’epoca, ci si relazionava direttamente con la proprietà, che era molto vicina alla fabbrica e si lavorava in un clima più disteso». Sottolinea che: «Come me, anche i capireparto e gli stagionali erano legatissimi alla Melegatti e hanno sempre scelto di essere parte della squadra». E aggiunge: «Molti responsabili di reparto sono stati selezionati dal personale stagionale che, di volta in volta, era assunto per le campagne di produzione. Valorizzare le risorse è sempre stato uno degli obiettivi perseguiti. Tra tutti i colleghi ha sempre prevalso uno spirito di gruppo, salvaguardato dal reciproco rispetto», mette in chiaro Rabitti. E termina: «Digerita l’ipotesi chiusura, i responsabili della sala impasto, fornai e cuochi, hanno continuato a preparare il lievito madre, con le stesse cure di quando tutto era predisposto per la campagna stagionale in arrivo. Un modo per dire: noi ci siamo ancora e per noi questa è una grande casa. Non potrà mai oscurarsi una tradizione che dura dalla fine del 1800»

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 9

Data: 15/07/2018

Note: MARIA CRISTINA CACCIA