Il medico internista Dario Basevi, 92 anni, neocavaliere della Repubblica, ricorda ancora tutto, le cose brutte e le cose belle. Per esempio, ha impressa nella mente la signora Sgreva, «una donna dal cuore d’oro, abitante a Colognola ai Colli, che il giorno della nostra fuga verso Roma ci regalò mezza soppressa, con la quale mi sono sfamato per due mesi, un cucchiaino ogni sera con un po’ di pane, e quando finì la carne di maiale mi mangiai anche la pelegata», che sarebbe il budello. Dev’essere stata dura, per un ebreo che alla promulgazione delle leggi razziali veniva schernito dai compagni di classe del liceo classico Scipione Maffei con il gesto della recia de porco: «Si rivoltavano la tasca della giacca e modellavano l’orecchio del suino, per dileggiare la mia religione, che lo considera un animale impuro».Il dottor Basevi vive da mezzo secolo sulle Torricelle, nella Villa Coris, «si chiamerebbe Koris, apparteneva a una famiglia turca di Smirne che commerciava in seta e approdò a Verona nell’Ottocento perché nei mulini lungo l’Adige si allevavano i bachi». Sotto di sé, la Valdonega. L’ex primario dell’ospedale di Borgo Trento sta combattendo da anni una battaglia solitaria affinché la Regione Veneto riconosca ai vini della piccola vallata il bollino Doc: «Della Valdonica parlava Torello Saraina già nel 1540. Pensi che nel 1845 qui la superficie vitata arrivava a 283 ettari. Oggi sono appena 22». È una casa troppo grande per un uomo solo.

«Divenni ladro per non finire gasato»
L’ex primario di Borgo Trento perse 28 parenti ad Auschwitz. «Se non fummo deportati anche noi, lo dobbiamo solo a famiglie cattoliche. Verona non è razzista. Non lo era neppure l’ultimo federale, Sandro Bonamici, ucciso in modo abusivo dai partigiani»

Dario Basevi, 92 anni, nella sua casa sulle Torricelle. Sta combattendo una battaglia solitaria perché la Regione Veneto riconosca il bollino Doc al vino prodotto in Valdonega
(…) Lo assiste la colf russa Alina. Gli tengono compagnia tre cani. Il pastore del Bernese non lo molla di un passo: «Si chiama Baruch, Benedetto», come Spinoza. Fino a sei anni fa, il medico potava le viti e s’imbottigliava il vino da solo. «Poi sono inciampato in giardino, fratturandomi la gamba, e questo ha ridotto di molto i miei movimenti». Ma ha ancora la patente e continua a guidare l’auto.Figlio di Lodovico Basevi e Sara Sciaky, l’anziano professionista è rimasto senza parenti stretti. «Quelli del ramo materno, 28 persone, furono tutti gasati ad Auschwitz dopo un viaggio di cinque giorni, dalla Grecia alla Polonia, sui carri bestiame. Appartenevano alla comunità sefardita di Salonicco, 54.000 persone: ne tornarono dai campi di sterminio poco più di 1.000».Anche suo padre era greco?Veronese de soca. Dei Basevi, in città dal 1400, parla lo storico Cecil Roth. Avevano persino una loro sinagoga e la Serenissima li aveva esonerati dal pagamento dei tributi. Papà era ufficiale di fanteria. Nel 1917 venne ferito da uno shrapnel austriaco sulle pendici della Bainsizza e perse l’uso del braccio sinistro. Fu per 45 anni segretario della divisione Lavori pubblici del Comune.Lei ha fratelli?No, sono figlio unico. E celibe.Perché non s’è sposato?Ci sono andato vicino più volte. Ma, al momento del grande passo, scappavo. Ho preso in giro tante ragazze, anche bellissime, e le loro famiglie. Come lo spiega?Sono stato otto anni in cura da Cesare Musatti, per capirlo. Il fondatore della psicoanalisi italiana era un caro amico. Essendo afflitto da broncopneumopatia cronica ostruttiva, quasi tutte le estati lo ricoveravo nel mio reparto, fra i dozzinanti. O dormiva qui con la moglie. Lo portavo ai Tracchi, in Lessinia, per farlo respirare.E a quali conclusioni giunse?Complesso di Edipo. Nessuna fidanzata era bella, buona e brava come mia madre. Una donna alta 1 metro e 80. Alla fine della guerra s’era ridotta da 80 a 43 chili. Accusò disturbi neurologici. I miei colleghi sospettavano un tumore al cervello e la sottoposero a due inutili interventi. Ne uscì paralizzata. Per 14 anni, fino alla sua morte, papà e io ci alternammo al capezzale per imboccarla. Un impegno che giustifica il mio mancato matrimonio.I suoi come si erano conosciuti?Una delle quattro sorelle di mio padre, Lucilla, viveva a Roma e aveva sposato un Modiano, ebreo di Salonicco, che aveva una nipote di nome Sara: mia madre. La coppia fece arrivare la ragazza dalla Grecia per presentarle il mio futuro papà. Nozze combinate, però d’amore. Nel 1926 si sposarono e l’anno dopo nacqui io.Che accadde nel 1938 con le persecuzioni antisemite?Frequentavo la prima ginnasio. Mi fu impedita l’iscrizione alla seconda: gli ebrei erano stati espulsi dalle scuole del Regno. Continuai a studiare come privatista. Un anno davo gli esami da liceale e un anno da ragioniere, perché mio padre voleva farmi conseguire un titolo di studio che mi consentisse di cercare un impiego. Lui era stato licenziato dal Comune ed eravamo alla fame. Non appena trovava un lavoretto, c’era subito qualcuno del Gruppo rionale fascista che lo denunciava come giudeo. Solo nel 1943 ebbe un posto dalla signora Mariotto, latifondista di Dossobuono, moglie dell’ingegner Enea Ronca.Nessun altro vi aiutò?Le uniche a non sbatterci le porte in faccia furono famiglie cattolicissime, come gli Avogaro e i Roggero. Io ricevevo lezioni sottobanco dai docenti del Maffei. Ricordo in particolare Aldo Pasoli; la professoressa Vertova, nonostante suo marito fosse stato volontario fascista nella guerra d’Etiopia; Silvio Finzi ed Elena Bacciga, che m’insegnavano uno matematica e l’altra italiano e latino; il professor Scita di Colognola ai Colli. Mi sfuggono tanti nomi.Ma fra ebrei non vi aiutavate?Rammento solo i coniugi Sforni. Abitavano al 6 di via Scala. Mi hanno cresciuto. Ero amico dei figli, Gianfranco e Corrado. Andavamo in bici nei loro campi alla Genovesa, dove almeno c’era di che sfamarsi.Suo padre non pensò alla fuga?Eccome. Voleva espatriare in Argentina, dove un amico medico, Cugurra, aveva promesso di aiutarci. Comprò i biglietti per Buenos Aires. Ma la questura di Verona ci ritirò i passaporti. Ogni settimana i poliziotti venivano a controllarci. Spegnevano i mozziconi di sigaretta sul pavimento di casa, per umiliarci. In vista del viaggio, papà aveva dovuto vendere il nostro appartamento a riscatto, situato in via Enrico Toti 1. Era stato il sogno della sua vita. Glielo pagarono 17.500 lire. Cinque anni dopo a Roma gli sfilatini costavano 1.000 lire al chilo. Perdemmo l’abitazione per l’equivalente di 17 chili e mezzo di pane.Dove andaste a vivere?Al numero 3 di via Santa Maria in Chiavica, in un mezzanino di proprietà del commendator Grassetti, ebreo, titolare dell’albergo Aquila nera, vicino al cinema Corallo. Siccome avevamo venduto anche i mobili, la mia scrivania era una cassa di legno per merceria, posta in posizione verticale per poterci infilare dentro le gambe. La sera si mangiava solo caffellatte. Quando mi lamentavo perché non era dolce, la mamma mi diceva: «Mescola bene, lo zucchero è rimasto sul fondo». Invece non lo aveva proprio messo, in casa non ce n’era.Come sfuggiste alla deportazione nei lager?Pura fatalità. Nel 1942 sfollammo a Colognola ai Colli, in affitto da un contadino, un certo Aldegheri, perché su Verona erano cominciati i bombardamenti. Io tornavo qualche volta in città. Dopo l’8 settembre 1943, il proprietario del ristorante Arche mi mise in guardia: «Sono venute due volte le Ss a cercarvi. Hanno sfondato la porta di casa e regalato i vostri libri ai passanti». Nel frattempo la mamma sentì a Radio Algeri notizie allarmanti, in francese, sulla sorte degli ebrei. Quella sera mettemmo tutto in due valigie e scappammo verso sud, per andare incontro agli Alleati che dalla Sicilia stavano risalendo l’Italia.In che città arrivaste?A Bologna, dove abitava una zia. Ma non era un posto sicuro. Infatti meno di un anno dopo suo figlio, Franco Cesana, mio primo cugino, verrà ucciso in combattimento, non ancora quattordicenne. Lo chiamano «il partigiano bambino». Fu il più giovane caduto nella guerra di liberazione, decorato al valor militare. Raggiungemmo Todi, sperando che un amico di papà ci aiutasse. Ma ci cacciò via. Ripiegammo allora in Toscana, dove però l’arrivo dei forestieri veniva subito notato. Mio padre si rese conto che potevamo mimetizzarci solo in una grande città.E raggiungeste Roma.Il 16 ottobre 1943, proprio nel giorno del rastrellamento dei 1.259 ebrei del ghetto, ordinato da Heinrich Himmler ed eseguito da Herbert Kappler, comandante della Gestapo. Molti di loro li trovammo davanti alla stazione Termini, circondati da soldati nazisti. Che erano correligionari lo capii solo perché udii un vecchio che recitava le preghiere ebraiche.Ma il viaggio senza ritorno verso Auschwitz non cominciò dalla stazione Tiburtina?Sì, ma quei poveretti li trovammo lì, li vidi con i miei occhi. Poi li avranno portati alla Tiburtina. Noi passammo la notte in una pensioncina, dove il portiere teneva sul bancone I Protocolli dei Savi anziani di Sion. Capimmo che il pericolo era ovunque. All’alba stracciammo i documenti e ci dividemmo. Nessuno di noi doveva sapere dove andava l’altro, così, in caso di cattura, non avrebbe potuto rivelare sotto tortura l’ubicazione dei nascondigli. Ci demmo appuntamento davanti alla sinagoga di lungotevere de’ Cenci una volta che la guerra si fosse conclusa. E infatti ci ritrovammo lì solo nel 1945.Immagino che trovare un alloggio fosse impossibile.Un usciere del Vaticano avrebbe avuto ancora due posti liberi al di là della Porta Angelica, ma chiedeva 10 milioni di lire a persona, se non ricordo male, quasi 800.000 euro di oggi. Non lo dico con tono di condanna. In fin dei conti c’era un’ebrea romana che per soldi denunciava ai nazifascisti i luoghi dove avevano trovato rifugio gli israeliti sfuggiti al rastrellamento di Kappler.Lei dove finì?Per strada. Ero un malavitoso che viveva nel fango. La maturità morale la conquistai sul marciapiede. Rubavo per mangiare. Stavo in mezzo alla folla per non farmi riconoscere. Ero diventato un attore. Imparai il romanesco. Nun ce credi? Se voj te faccio sentì.Esame superato.Il posto più sicuro erano le chiese, dove mi accostavo alla comunione per non dare nell’occhio. Alle 15 della domenica vedevo mio padre in un caffè di piazza Risorgimento, perché lì c’era una marea di gente. Dormivo in cantine e granai o sotto i ponti. Guadagnavo qualcosa come facchino, portando sulle spalle sacchi da 40 chili. La sera andavo a mangiare la brodaglia bollente servita dalle suore in via Bonifacio VIII. Tutto sommato fu un’esperienza stupenda.Un’esperienza stupenda?Guardi, io ho un coraggio da leone. Se prendi il ferro, lo arroventi e lo batti, ottieni l’acciaio. Se prendi un uomo, lo degradi, lo bastoni e quello sopravvive, fai un ebreo.Che cosa ricorda del giorno in cui Roma fu liberata?Questa scena: alzai gli occhi al cielo e mi accorsi che ci volavano le rondini.Da quanti anni è in pensione?L’ho rimosso. So solo d’essermi laureato in Medicina nel 1951.Le manca l’ospedale?Moltissimo. Ci ho passato dentro 45 anni della mia vita. Me lo sogno ancora tutte le notti.E che cosa sogna?Controllo che i bagni siano puliti, come facevo ogni mattina prima di visitare i pazienti.Che effetto fa diventare cavaliere della Repubblica a 92 anni? Non potevano pensarci prima?Mi meraviglia che mi abbiano conferito questa onorificenza. Non sento di meritarla. Mi aspettavo un sacco di rallegramenti, ma non si è fatto vivo quasi nessuno. Ho capito che invidiare è più facile che amare. E io preferisco essere invidiato che amato.Verona è razzista?No. Sono gli uomini a essere fatti così. Neppure di Sandro Bonamici, ultimo federale di Verona, potrei dire che fosse una carogna. Anzi! I partigiani lo uccisero in modo abusivo. Però parliamoci chiaro: far carriera in ospedale essendo ebreo non fu facile.

In Italia torna l’antisemitismo?In tutto il mondo. Che cosa non vi perdonano?Di essere una minoranza.Anche di esercitare un predominio finanziario.Pura idiozia, pura cattiveria.Uno stereotipo vi dipinge come molto intelligenti. Lo siete?Aspetti. (Chiude gli occhi, ci pensa). Siamo come gli altri.Sono scomparsi sumeri, accadi, babilonesi, hittiti, assiri, egizi, fenici, persiani. Voi siete l’unico popolo dell’antichità sopravvissuto. Come lo spiega?Non saprei.C’entrerà la promessa che Dio fece ad Abramo?Può darsi. È una risposta più grande di me.Lei è un ebreo ortodosso?Non sono mai stato praticante. Vado in sinagoga solo per motivi culturali e storici.Crede in Dio? O Jahweh.In Kadosh? Non me lo sono mai chiesto. Me lo chiederò, probabilmente.Ma gli ebrei dove finiscono dopo la morte?Sotto terra.

 

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 21

Data: 16/06/2019

Note: Stefano Lorenzetto