GIORNO DEL RICORDO. In Gran Guardia la memoria delle foibe e dell’esodo. Stella: «C’è anche un brutto modo per ricordare, negando i crimini o perpetuando i rancori»
Gioseffi: «Un genocidio che cancellò la nostra presenza da una terra dove anche le pietre parlano di Roma e Venezia». Sboarina: «Solo la conoscenza dei fatti crea coscienza».
«Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo». In una Gran Guardia gremita di studenti, Loredana Gioseffi inizia il suo intervento per il Giorno del Ricordo – ricorrenza istituita nel 1994 per ricordare le vittime delle foibe e l’esodo da Istria, Fiume e Dalmazia nel secondo dopoguerra – con le parole, taglienti come lame, di Salvatore Quasimodo. «Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri…». La presidente del comitato veronese dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia si serve della voce del poeta che «insorse contro gli orrori, mai visti prima, della seconda guerra mondiale». Nell’auditorium sono tanti a non trattenere l’emozione. Quello degli esuli è un dolore che per troppo tempo non ha trovato il dovuto riconoscimento dalle istituzioni.«In questa poesia leggiamo l’invito», prosegue Loredana Gioseffi, «a dare l’addio ai “padri” e alle loro maledette ideologie imbevute d’odio, per dare vita a un’epoca nuova. Come non dimentichiamo l’olocausto degli ebrei», sottolinea, «così oggi ricordiamo un altro feroce massacro generato dall’odio ideologico dei partigiani comunisti agli ordini del maresciallo Tito, che identificarono gli italiani nel fascismo per cancellare una secolare presenza dalle terre di Istria e Dalmazia… Fu un genocidio in piena regola», esclama, «sommato all’annessione di una terra dove anche le pietre parlano di Roma e di Venezia». Dalle parole scaturiscono i ricordi di una sofferenza incancellabile, un fardello che si è costretti a portare per tutta la vita. «Tutta l’Italia uscì sconfitta dalla guerra ma a pagare per tutti fummo noi istriani e dalmati, con migliaia di infoibati e 350mila esuli, e tra questi 70mila bambini». Essi, continua, «conobbero la fuga, la fame, le baracche dei campi profughi e furono esclusi perfino dalle scuole perché parlavano un dialetto diverso e non avevano nemmeno le scarpe per andarci. Alcuni di quei bambini oggi sono qui». E conclude citando suo padre di 98 anni, impossibilitato a partecipare: «Demmo l’addio alla nostra amata terra in nome della libertà, degli ideali di patria e della fede».«Stragi, violenze e sofferenze», osserva il sindaco Federico Sboarina, «non possono essere rimosse, lo dobbiamo alle vittime e agli esuli e i giovani hanno il diritto e il dovere di sapere perché solo dalla conoscenza nasce la coscienza di essere cittadini, per fare tesoro del passato per impedire futuri orrori».Ad aprire la cerimonia – conclusasi con il recital, messo in scena dagli studenti, nell’ambito del progetto Prospettiva famiglia – è il prefetto vicario Angelo Sidoti. «Per troppo anni», afferma, «questi tragici eventi sono stati ignorati e misconosciuti, forse per vergogna, come se l’orrore del nazifascismo potesse minimizzare un altro orrore». E citando il presidente Mattarella, parla di «pagina strappata dai libri di storia». Sidoti, tuttavia, mette in guardia da «una lettura nazionalista e revanchista, perché il ricordo, insieme alla condanna dei crimini, deve portare a un cammino di pacificazione e convivenza tra i popoli». Al ricordo delle stragi e dell’esodo, ma anche alla vita oltre il confine orientale è dedicata una mostra, inaugurata ieri nella buvette della Gran Guardia.Il compito di inquadrare storicamente gli eventi – «foibe ed esodo non si possono separare» rileva – tocca al giornalista e scrittore Gian Antonio Stella, che illustra, con mappe e documenti, la presenza secolare degli italiani in quelle terre. «Ma l’Istria, il Quadraro e la Dalmazia sono un luogo del cuore, come ben sanno molti dei presenti,, che va oltre la geografia». E comincia facendo ascoltare le prime strofe di una canzone di Sergio Endrigo, anch’egli esule da Pola. «Da quella volta non l’ho rivista più, cosa sarà della mia città». Canzone che si conclude così: «Come vorrei essere un albero, che sa dove nasce e dove morirà». Stella ricorda anche che «c’è un brutto modo per ricordare, da chi nega i crimini, come l’orrenda uscita di alcuni giorni fa da parte dell’Anpi di Rovigo, a chi continua a perpetuare l’odio con letture esasperate». «Italiani e slavi», ricorda Stella, «erano mischiati, si aiutavano, poi improvvisamente esplose l’odio. È vero», conclude, «ci furono storie brutte anche da parte degli italiani: uccisioni, campi di concentramento, distruzioni e umiliazioni. Ci fu il fascismo… Ma lì tutti gli italiani furono incolpati di colpe che non avevano e si scatenò una feroce pulizia etnica».