VITTORIO CASTAGNA
Premetto che io sono nonno e lo siamo, con mia moglie, di 13 splendidi nipoti e per di più siamo lieti ed orgogliosi di esserlo. Ciononostante, provo fastidio quando, incontrando una giovane coppia di coniugi, amici o conoscenti, con i quali c’è motivo di scambiare un discorso, e che accompagnano un bambino, gli dicono «Saluta il nonno», faccio finta di niente, ma non gradisco. Io non sono il nonno del loro bambino. Ciò anche quando l’africano o l’orientale ti chiedono l’elemosina.Il vocabolo nonno, usato per quel saluto, o per quella richiesta di aiuto, non significa più il nonno, ma il vecchio, il vecchietto. E perciò non mi va più bene. Perché, se io incontro una persona anziana, amica o sconosciuta, non gli dico «buongiorno, vecchio», oppure «buongiorno, anziano», ma semplicemente «buongiorno, signore». Perché tale sono per chiunque.Ma il peggio è che non di rado l’invito «saluta il nonno» non viene rivolto al bambino, ma al cane, che è lì al guinzaglio. E questo intimamente mi indispone.Io sono pur certo che l’intenzione di chi suggerisce l’invito al saluto al nonno è solamente affettuosa. È lungi da me il volere attribuire all’interlocutore intendimenti meno che rispettosi: ci mancherebbe altro. Ma il fatto è che le parole hanno il loro significato. E pertanto ciò non toglie che si tratta di un vezzo che sarebbe buona cosa abbandonare.Non vorrei nemmeno che quanto ho detto fosse inteso nel senso di avversione agli animali, perché, viceversa, di essi sono amico e mi piace coccolarli. Ma per questo non è necessario ritenerli sullo stesso piano. Insomma ognuno ha la sua natura ed è bene rispettare i ruoli di ciascuno.

Tratto da: L'Arena - lettere- pag. 28

Data: 17/02/2018

Note: VITTORIO CASTAGNA