image

L’INTERVENTO. Massiccia operazione con la Protezione Civile.

Il poderoso e articolato intervento ha permesso la rimozione di grossi tronchi e cataste di ramaglie rimasti incagliati dall’ultima piena autunnale.

 

 

Una corda viene calata dall’alto di ponte Castelvecchio attraverso uno di quegli affacci tanto cari agli innamorati e ai fotografi. Con cautela, il primo uomo scende verso il fiume. A guardarlo da distante, dalla sponda sul lato dell’Arsenale, sembra un ragno appeso a un filo: è un esperto scalatore del Soccorso Alpino. Alcuni altri poi lo seguono, per radunarsi tutti sul piccolo isolotto ghiaioso sotto al pilone centrale del ponte. Non sono ancora le otto. In questo sabato già primaverile la città ha appena iniziato a svegliarsi; sul ponte scaligero passano giusto qualche turista e i veronesi più mattinieri. Ma il primo rombo scuote via gli ultimi residui di sonno: comincia il lavoro.
Sei ponti, una novantina di volontari, decine di motoseghe tirate al massimo. C’è da liberare e ripulire tutti i piloni dai grossi tronchi e dalle ramaglie che vi stanno incastrati ormai da mesi, trascinati lì dall’ultima piena autunnale dell’Adige: olt! re che sotto Castelvecchio, ponte Pietra, Garibaldi, Navi, Catena e San Francesco. Più volte i residenti avevano inviato foto anche al nostro giornale, chiedendo perché i detriti fossero lasciati lì da tanto tempo.
Per questa impresa (che se commissionata a una ditta specializzata costerebbe alle casse pubbliche decine di migliaia di euro) lavorerà tutto il giorno un’enorme squadra formata dai volontari del Soccorso Alpino e Speleologico, dell’Ana, del Club Subacqueo Scaligero, della Fias (Federazione italiana attività subacquee), della Vigilanza Ittica, del gruppo della Protezione civile della polizia municipale, dei Cinofili, con il coordinamento del Comune e del Genio Civile, e con il supporto precauzionale di alcune ambulanze.
È quello che in veronese si definisce un «laorasso». Alcuni pezzi di alberi sono di dimensioni impressionanti: il loro diametro misura oltre un metro, e per riuscire a farli a pezzi bisogna praticare diversi tagli, da una parte e! dall’altra, perché la lama della motosega non è abbastanza ! lunga per incidere in un sol colpo l’intero spessore. Nelle fessure vengono inseriti cunei a colpi di martello. Poi si lega attorno al «mostro» la fune d’acciaio dell’argano, collegato al trattore che sta sulla sponda. Con la prima tensione, il tronco si spezza lungo la linea di incisione.
Il grosso moncone piomba nell’acqua verde scuro e, trascinato dal cavo, compie il guado fino a riva, dove sarà prelevato dalla pinza di una ruspa e depositato nel cassone di un camion. I rami più piccoli, invece, vengono sminuzzati e lasciati scivolare via con la corrente.
Operazione ripetuta innumerevoli volte, dalla prima mattina fino a pomeriggio inoltrato, per tanti tronchi impigliati, probabilmente provenienti dal Trentino Alto Adige. Quintali e quintali di legna che, purtroppo, non potrà servire nemmeno per stufe e caminetti: troppo scadente e fradicia.
La giornata è stata scelta in base al tempo, al periodo, ma ancor di più al livello dell’acqua: la portata de! ll’Adige deve essere bassa per poter intervenire agevolmente. Perciò il Genio Civile ha anche chiuso la diga del Chievo, così che a valle il fiume scorra ancora più «magro».
Per ore lungo il corso del fiume risuonano le motoseghe. I volontari diventano l’attrazione principale per turisti, veronesi e bambini. Infine, quando tutto è pulito, e l’ultimo tronco è stato caricato sul camion, i «taglialegna» risalgono sui ponti: stanchi, sudati, infangati e bagnati. Una pizza e una birra saranno la loro unica ricompensa, insieme al plauso e al ringraziamento di Verona.

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 1/03/2015

Note: CRONACA – Pagina 13