L'ingresso del Pronto Soccorso al Polo Confortini

LA STORIA. Uno dei primi operatori sanitari veronesi risultato positivo al tampone ma asintomatico racconta l’esperienza che ha vissuto e che sta per concludersi

«Dicevano che sarebbe stata un’influenza, sono stato in isolamento solo tre giorni e da circa un mese sono a casa. Ma sto sempre meglio»

«Sono seduto sul divano, tra una lettura e la noia di questo periodo ho pensato di condividere la mia convivenza con un coronavirus», inizia così Giovanni, uno dei primi operatori sanitari veronesi risultati positivi al tampone. Positivo e asintomatico. Per lui la quarantena è iniziata prima. E sta finendo.«Già, il 29 febbraio in seguito ad un contatto stretto con una persona positiva mi hanno fatto un tampone che è risultato positivo. Nessun sintomo. Mi hanno detto di stare a casa e di controllare lo stato di salute. Cosa potevo fare se non leggere e quindi apprendo che gli esperti dicono che eventualmente, tranne il 10%, il resto degli asintomatici avrà solo una forma influenzale. Sto tranquillo e non ho nessun sintomo. Tutto sommato 15 giorni, penso, passano in fretta. Non si parlava ancora di coprifuoco».Ha iniziato a immaginare come organizzarsi per il 16 marzo quando avrebbe dovuto riprendere a lavorare. «Anche mia moglie doveva stare a casa e abbiamo iniziato una vita con mascherine da separati, dalla tavola, alla cucina al letto al divano. Nessuno di noi due poteva uscire ma un’anima buona in grado di darti una mano la trovi sempre». Iniziano le giornate lunghe, quelle fatte di 24 ore che con il passare del tempo diventano di 30.«Le notizie erano confortanti, faccio scorrere il tempo con qualche libro (molto istruttivo L’amore al tempo del colera) e stacco la mente dal lavoro. Giovedì 5 marzo ho iniziato ad avere una tossetta, febbricola, stanchezza, inappetenza. ‘Ci può stare’ ho pensato, mi hanno detto che potrà esserci una forma influenzale. Avevo paura per mia moglie che fortunatamente non aveva sintomi. Dopo altri 4 giorni sono andato al Pronto soccorso di borgo Trento dove in modo molto efficiente e preciso mi hanno fatto gli esami».Gli dicono che ha degli infiltrati polmonari, che deve essere ricoverato in malattie infettive e alle 18 di quello stesso giorno arriva in reparto in borgo Roma. «Sono solo e mi sento solo. Vengo messo in una stanza da solo», prosegue. «Il personale è gentile ma giustamente preoccupato di non avere troppi contatti. Rimango tre giorni. In quei tre giorni viene ricoverato nell’altro letto un altro sventurato ed entrano solo due persone: il medico che mi controlla alcuni parametri e rimane cinque minuti e la donna delle pulizie per altri cinque minuti. Tutto il resto del contatto con l’esterno, se così si può chiamare, avviene attraverso lo sportellino da dove fanno passare in trenta secondi il cibo o dicono di controllare la febbre… È una vera reclusione. Inevitabile. Con il vicino scambio qualche parola, avrei pensato di avere più voglia di colloquiare ma non è così, anche lui immerso nei suoi problemi e in fondo mi resta il silenzio. Non ho mai visto mia moglie, l’ho solo sentita per cellulare oppure via chat e per sms».Silenzio e pensieri. «Già ho iniziato a farmi domande del tipo ‘se mi succedesse qualcosa di grave quando la potrò rivedere? Il tempo non passa mai, guardi un muro bianco davanti, poi il soffitto, la finestra che ti fa vedere l’altra parte dell’ospedale. In quei giorni c’era anche il cielo grigio», ride.A quel punto inizia una terapia retrovirale, lo avvisano di eventuali disturbi. Che compaiono. «Ho sopportato perché dovevo guarire, il terzo giorno mi hanno fatto una radiografia e constatato che c’era un miglioramento. Così mi hanno rimandato a casa dicendomi di continuare la terapia. Ero felice di tornare ai domiciliari. Ho rivisto ma non abbracciato mia moglie e ho ricominciato la vita da separati in casa con mascherina». Ha continuato la terapia ma «come nelle operazioni militari ci sono stati eventi collaterali non voluti», dice, «ma necessari al fine del raggiungimento dell’obiettivo» ha dovuto sospenderla.A cinque giorni dalla dimissione non ha più la febbre ma continua la «tossetta», la perdita dell’olfatto, la stanchezza, la sudorazione notturna e l’inappetenza, dall’inizio della vicenda ha perso circa sette chili. «Un po’ alla volta qualche sintomo si riduce». ammette. Ha fatto un’altra radiografia, è migliorato e il tampone è indeterminato. «Tutto sommato è una cosa buona perché significa che la carica virale si sta riducendo. Dovrò ripeterlo e se è negativo lo rifarò dopo 48 ore. I sintomi migliorano ma non sono spariti. Sono passati 26 giorni e sono ancora chiuso in casa», e riflette a voce alta, «All’inizio tutti hanno detto ‘sarà solo un’influenza’. Alla faccia dell’influenza direbbe Totò. Capisco sia stata una situazione sanitaria nuova e sconosciuta, ma forse un po’ più di cautela all’inizio sarebbe stata preferibile. Ho pensato che condividere con tutti quelli che sono in compagnia con il virus possa essere una buona cosa per far capire che tanti sintomi li abbiamo tutti, che la terapia non è piacevole, che dobbiamo avere molta pazienza, che tutti possono dire tutto e il contrario di tutto (ma li capisco si lavora nel buio più totale). Resterà qualche cicatrice ma il tempo aggiusta. È passato un mese, ma sono fortunato, non ho avuto necessità di ossigeno né di terapia intensiva. Questo vuol dire essere fortunati».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 15

Data: 27/03/2020

Note: Fabiana Marcolini