Palazzo Erbisti:le sue pietre narrano
la storia della città

Un momento della visita alle cantine del palazzo FOTO MARCHIORI

Un momento della visita alle cantine del palazzo FOTO MARCHIORI

Far parlare le pietre del palazzo, «depositarie» di un tratto affascinante della storia cittadina. Il palazzo in questione è palazzo Erbisti, in via Leoncino, sede dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere, e la storia che si può scoprire e ricostruire attraverso la sua lettura va dall’epoca romana all’Ottocento. Lo ha spiegato la professoressa Daniela Zumiani, docente di Storia dell’architettura all’ateneo scaligero, che ieri ha tenuto un incontro su «Il patrimonio artistico di palazzo Erbisti» con la «chicca» in più di offrire al pubblico, dopo la lezione, anche una visita guidata ad alcune parti dell’edificio, a partire dalle suggestive parti sotterranee, forse le cantine del palazzo.

«Questo edificio sorge nella zona della città delimitata dal pomerio, e da alcune finestre ancora oggi possiamo vedere i resti della mura di Teodorico», ha spiegato la Zumiani. «Qui già nel Medioevo vivevano le famiglie che si contendevano il potere della città. Prima di essere di proprietà della famiglia Erbisti, l’edificio appartenne ai Salvi, che nel Cinquecento erano una famiglia di formaggiai, poi arricchitasi passando al commercio della seta. Nel Settecento riunirono una intera équipe di artisti per decorare la loro abitazione. In particolare il salone affrescato che oggi ospita le conferenze con la sua decorazione caratterizzata dalla prospettiva barocca è opera di artisti della scuola bolognese che a Verona arrivano per decorare il Teatro Filarmonico. Gli Erbisti acquistarono il palazzo nel 1812 e nel 1822 ospitò per alcuni mesi Francesco I d’Austria durante il Congresso di Verona».A.G.

La facciata interna

All’architetto Adriano Cristofoli sarebbe toccato il compito di creare un unico edificio partendo da due diverse strutture. Lo stile architettonico, la tecnica muraria ed il materiale impiegato per la facciata interna, infatti, sembrano di un’epoca precedente rispetto alle opere del Cristofoli. Gli spazi tra le piccole finestre dello scantinato, nella parte inferiore, sono decorati da motivi ornamentali costituiti da teste di leoni, elemento ricorrente nella zona vicina alla Porta dei Leoni. All’altezza del piano nobile e del quarto, corrono due rilevanti balconi di pietra, sorretti da mensoloni e balaustrati. Le finestre del piano più importante sono sormontate, in alternanza, da aggetti triangolari e ad arco abbassato, mentre quella centrale è ad arco a tutto sesto.

Lo Scalone d’onore

L’androne di collegamento tra via Leoncino ed il giardino, all’interno del quale si trova l’imponente scalone a doppia rampa che conduce al piano nobile, presenta una partitura architettonica monocroma, che prosegue nelle vele del soffitto con eleganti allegorie della musica e delle arti. Il decoro segue moduli ornamentali più lineari e geometrici, rispetto a quelli barocchi delle sale interne del palazzo. Al centro si trova l’ovale affrescato da Giorgio Anselmi, di mano precedente al lavoro dei decoratori, definito un “cammeo porcellanato” in quanto la scena mitologica è caratterizzata da tonalità cromatiche delicate. L’immagine raffigura, tra le nubi, la dea Flora, accompagnata da putti che spargono rose, mentre viene protetta da Zefiro nell’atto di porre una barriera, affinché i venti non le arrechino offesa.

La stanza delle tre Grazie

La Stanza delle Tre Grazie è stata così chiamata per l’affresco che ne decora il soffitto, caratterizzato da una scena centrale con le Tre Grazie e Venere su di un carro guidato da colombe e accompagnato da putti con ghirlande di roselline. L’autore del dipinto, collaboratore dell’Anselmi, è Pietro Antonio Perotti, pittore settecentesco gradevole nei cromatismi e nella grazia figurativa.

Oggi la sala è stata intitolata a Giuseppe Zamboni, inventore della pila a secco, poiché il primo orologio elettrico costruito dal meccanico accademico Antonio Camerlengo, che con essa funzionava, è stato riportato in Accademia dal donatore Sig. Paolo Francesco Forlati.

La scena presenta Venere con in mano una mela, presumibilmente quella del giudizio di Paride, che si ipotizza fosse raffigurato nella parte inferiore del dipinto, crollata e purtroppo perduta durante l’ultima guerra. Il trionfo è incorniciato da una finzione prospettica di architetture, mentre panoplie di armi sono disposte lungo i lati e cartouches rosa con le allegorie dei quattro continenti ornano gli angoli.

Il Salone degli Accademici

Dal piano balaustrato dello scalone, si accede al salone d’onore tramite un importante portale classicheggiante sormontato da una decorazione allegorica in stucco, che racchiude al centro un busto di Marte, assopito tra due figure a tutto tondo: la Fama e l’Industria. Su ciascuna parete, in alto, campeggiano i busti classicheggianti di quattro personaggi, probabili rappresentanti della famiglia Salvi, e, sulle quattro porte interne, putti in stucco incorniciano clipei con figure allegoriche della Verità, della Nobiltà, della Giustizia e dell’Abbondanza. Le due pareti senza finestre ospitano, in cornici di stucco con filetto dorato, due grandi tele: una rappresenta un’impetuosa battaglia di cavalieri cristiani e turchi, l’altra raffigura un’affollata fiera campestre. Il primo dipinto, che richiama la guerra di Candia, ricorda soggetti simili di Antonio Calza, il secondo, invece, sembra appartenere alla bottega dei Bassano.

Il soffitto del Salone

La decorazione barocca dell’ampio soffitto del salone ad opera di Giorgio Anselmi è la parte più sorprendente. Il pittore ha rappresentato il Trionfo di Atena, avvalendosi per la quadratura dell’opera di collaboratori che organizzarono la scenografia in tre ordini: nicchie, balconata rettangolare e cornicione ovale. Nelle finte nicchie, alloggiano figurazioni delle divinità olimpiche: Giove e GiunoneNettuno e AnfitriteMercurio e DianaSaturno e Minerva. Le finte nicchie si alternano alle vere, che racchiudono talune delle finestre, talune delle balconate decorate con statue dipinte e fiori.

Al di sopra, si trova una finta balconata con putti e trofei floreali e, oltre ad essa, il cornicione ovale viola che delimita il cielo affrescato. La dea Atena è seduta su una biga trainata da cavalli, trattenuti da un genio alato. Accanto vi sono altre divinità, tra cui le Arti e Venere che, assieme a colombe e putti, la accompagnano. In basso, Bacco ed il suo corteo travalicano, su nubi cupe, i limiti della quadratura, quasi penetrando nello spazio reale dello spettatore, assecondando la predilezione settecentesca per l’illusionismo spaziale e i virtuosismi prospettici. Un cornicione perimetrale sosteneva un balcone in legno con dei poggiolini sporgenti ma fu rimosso nel 1983; la servitù non doveva più accendere i maestosi lumi della sala.