Paolo Villaggio, il “tragicomico”: fece di Fantozzi il santo patrono della mediocrità

Batti lei”, il Megadirettore galattico, la poltrona in pelle umana, l’autobus preso al volo, il nuvolone da impiegati, la mutanda ascellare, il rutto libero, la crocifissione in sala mensa. Una neo lingua che piaceva a Pasolini e che il “tragicomico” Paolo Villaggio regalò all’Italia intera per raccontare le miserie di un mondo fatto di “perditori” contro tutti, nata negli uffici alveari degli anni Settanta e che ancora oggi, con il precario che si è sostituito al travet in un mercato professionale parcellizzato e quindi completamente opposto a quello ma altrettanto alienante, riesce ancora ad avere la stessa forza.

fantòzzi (o Fantòzzi) s. m. [uso antonomastico del cognome del ragionier Ugo Fantozzi, personaggio comico cinematografico creato e impersonato dall’attore P. Villaggio], fam. – Uomo incapace, goffo e servile, che subisce continui fallimenti e umiliazioni, portato a fare gaffes e a sottomettersi ai potenti: oggi mi sento proprio un f.; i fantozzi della politica. (treccani.it)

Paolo Villaggio, morto oggi a Roma a 84 anni, è finito addirittura in enciclopedie e dizionari, grazie al suo ragionier Ugo Fantozzi. Genovese caustico e borghese, impiegato lui stesso in gioventù e poi cabarettista al Derby, amico di Fabrizio De André e “spalla” di Vittorio Gassman, Villaggio ha raccontato con grottesco realismo l’Italietta impiegatizia, fatta di poveri cristi condannati alla routine e alla sottomissione. Un’Italia di merdacce rassegnate e fataliste, che però cechovianamente si ergeva all’improvviso ribelle e coraggiosa, per poi ripiombare dietro la scrivania, di nuovo incastrata nella catena di montaggio del capitalismo moderno. Era l’emblema della classe media, quella stessa che oggi l’Istat ci dice essere scomparsa, e il santo patrono di tutti i mediocri.

“Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi”, scrive Villaggio nella prefazione del libro “Fantozzi”, che raccoglieva in un unico volume i racconti brevi che l’attore pubblicava agli inizi degli anni Settanta su l’Espresso e l’Europeo.

 

Dal cabaret, Paolo Villaggio è passato alla tv, con “Quelli della domenica” che portava sul piccolo schermo della Rai la prima grande tornata di comici del Derby, dove ottiene la sua prima consacrazione, grazie al cattivissimo e sadico Kranz e il vile e untuoso impiegato Giandomenico Fracchia. Anche il cinema lo vuole e lo vogliono registi come Mario Monicelli, Sergio Corbucci e Marco Ferreri. Villaggio fa ridere, sì. Ma il suo umorismo è lontano anni luce da quello qualunquista che in quegli anni andava per la maggiore. Era vicino al “riso verde” di Eduardo De Filippo (che comunque a Villaggio non piaceva, preferendogli Peppino): una comicità brutale e assolutamente non consolatoria, spruzzata di gag slapstick e ironia surreale.

Con Luciano Salce porta Fantozzi sul grande schermo, inaugurando una saga in dieci capitoli che vede il ragioniere finire in ultimo in Paradiso. Come Totò (a cui spesso è stato paragonato: secondo Paolo D’Agostini, Villaggio è stata “la più grande maschera comica” dopo il Principe), la filmografia di Villaggio è piena di film dimenticabili criticamente ma di grande successo di pubblico fino a tutti gli anni Ottanta, ma è dopo il boom “comico” che gli autori si ricordano di lui e gli regalano ruoli che lo portano lontano dalla maschera e lo avvicinano all’interprete vero e proprio, da Fellini a Ermanno Olmi a Lina Wertmuller fino a Monicelli, ancora. Nel 1992 vinse anche il Leone d’oro alla carriera: la prima volta per un comico.

Per cosa vorrebbe essere ricordato Paolo Villaggio, chiedeva Emilia Costantini sul Corriere in un’intervista del 2011? La risposta dell’attore: “Per aver inventato Fantozzi, perché è un perdente in cui tanti si sono riconosciuti e hanno trovato un compagno di sfiga. Sapesse quante volte mi hanno detto: ‘Grazie a Fantozzi mi sono liberato dall’incubo di essere mediocre!’


 

Note: Verona sera 3/7/17 Chiara Cecchini