Ciclabile «interrotta» in corso Porta Nuova: uno dei problemi più evidenziati da chi si muove in bicicletta

MOBILITÀ. Dopo il gravissimo incidente in cui è stato coinvolto un ragazzino, abbiamo raccolto le testimonianze di chi si muove pedalando. E vorrebbe farlo di più
Incroci con le strade, interruzioni, «invasioni» dei mezzi a motore: ecco le criticità che ostacolano le bici
Quasi 96 chilometri di piste ciclabili in città. Tanti, verrebbe da dire. Eppure non ha vita facile chi sceglie la bici come mezzo alternativo all’auto. Troppa discontinuità; manutenzione carente di asfalto e segnaletica; pericolosi accavallamenti con strade urbane e passi carrai; «invasione» degli spazi ciclabili da parte dei mezzi a motore e dei pedoni. Questi sono solo alcuni dei problemi che ostacolano un utilizzo più massiccio delle due ruote a pedali, con conseguente benefica riduzione del traffico.Dopo il grave incidente ai danni di un giovanissimo ciclista, travolto mercoledì da un’auto a Poiano, abbiamo passato in rassegna le principali piste ciclabili fra centro e periferia, raccogliendo le testimonianze delle persone che vi pedalano ogni giorno.INIZIANDO dall’est cittadino: «Per andare al lavoro, il mio tragitto è tra Borgo Venezia e via Stella, attraverso Porta Vescovo, via Don Mazza e ponte Navi. Non sono servita da alcuna ciclabile; l’intero quartiere di Borgo Venezia è sguarnito. L’unica è quella che scende da via Torbido-ponte Aleardi. Ma allungherei troppo la strada», sospira Patrizia Sorrentino, 39 anni, impiegata. «Il punto più pericoloso è a Porta Vescovo. Ammetto di sfruttare talvolta le corsie preferenziali dei bus, ma gli autisti si lamentano».Da Montorio partono le pedalate di Anna Righetti, 75 anni, sulla sua bici elettrica: «Le ciclabili che si possono imboccare verso i rioni vicini e in direzione del centro sono abbastanza comode. Ma presentano il grave problema della discontinuità. Così ti ritrovi “abbandonato” su un incrocio o una strada trafficati, come nello snodo terribile all’uscita della tangenziale su via Da Legnago», dice.E continua: «L’asfalto delle piste è spesso sconnesso. A causa della scarsa manutenzione, per esempio sui cespugli e le erbe infestanti, il ciclista non è visibile agli automobilisti. E questi ultimi non considerano affatto i diritti di chi pedala: non rispettano le zone 30, dove è prevista la “convivenza” tra macchine e bici. Lo sa bene mio figlio che, tra mille difficoltà, va al lavoro a Quinzano in bici».Flavio Rossi, 69 anni, fa notare che «un conto sono le ciclabili per lo svago del week-end, altro conto è creare una seria viabilità alternativa per i tragitti casa-lavoro o casa-scuola. Dalla Valpantena, dove abito, la strada è solo quella per le auto. Ma le persone che lascerebbero volentieri la macchina in garage, risparmiandosi le code all’ora di punta, sarebbero molte. Quando lavoravo, pedalavo ogni giorno per quattro chilometri fino in zona Giardino Giusti».A VERONA SUD, Francesco, impiegato di una grande azienda in Zai, segnala che «dopo l’Esselunga i collegamenti fra centro e zona industriale si interrompono, nonostante i tanti lavoratori che usano la bici».Passando all’ovest cittadino, Lelia Melotti, 67 anni, insegnante in pensione, spiega che «da Ponte Catena al centro si devono affrontare molti punti a rischio. Uno di questi è l’attraversamento di viale Colombo, dove le auto provenienti dall’ospedale di Borgo Trento transitano anche se c’è il semaforo verde per pedoni e ciclisti. Perciò spesso, per proteggermi, sto sul marciapiede, beccandomi le frecciate di chi va a piedi».LA SIGNORA frequenta in bici anche il centro, e segnala: «La ciclabile purtroppo “risolve” la mancanza di parcheggio, oppure viene ostruita col muso dell’auto: vedasi il caos in corso Porta Nuova. In generale, la mancata separazione tra stalli e ciclabile espone i ciclisti al pericolo di essere colpiti dalle portiere».Infine Claudio, 64 anni, ex dipendente pubblico, ciclista appassionato da una vita, che frequenta abitualmente la pista del canale Camuzzoni fra Borgo Milano e Saval, commenta: «Anche a chi va in bici andrebbero tirate le orecchie: spesso non si rispettano le regole della strada. Non esiste solo un problema di infrastrutture, ma pure di mentalità. Se molte più persone salissero in sella, facendo massa critica, gli amministratori sarebbero costretti a intervenire. La rivoluzione deve partire dal basso».

Note: Lorenza Costantino