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PERSONAGGIO. Giuseppe Zanchi, l’edicolante di piazza Vittorio Veneto, va in pensione: ha visto cambiare il quartiere L’Arena IL GIORNALE DI VERONA Venerdì 26 Giugno 2009 CRONACA Pagina 19 «Da 40 anni ogni mattina sono qui alle 6. Ma tornando indietro non cambierei: che bello conoscere tanta gente» Da un po’ di tempo, accanto ai giornali, la storica edicola di piazza Vittorio Veneto tiene esposto un cartello. «Vendesi» c’è scritto a grandi lettere, in nero su verde. Ma non è colpa della crisi, che qui, come conferma l’altrettanto «storico» edicolante Giuseppe Zanchi, non è mai arrivata. È perché, sbotta, «a settant’anni suonati è ora di andare in pensione e di godersi un po’ la vita». Buona parte della sua l’ha passata lì dentro, affacciato sulla piazza, all’angolo con via Ederle. Il giornalaio di Borgo Trento, classe 1939, tutti lo conoscono: ha ereditato il mestiere del padre nel 1966, a 27 anni, dopo aver lavorato per un decennio come operaio. Da allora, sua moglie Giuseppina l’ha sempre affiancato. «I! o questa gente l’ho vista nascere, crescere, sposarsi», dice indicando a una a una le persone che si fermano, come ogni mattina, a comprare il giornale. Non hanno nemmeno bisogno di parlare: Zanchi sa già cosa vuole ciascuno di loro, dalla testata d’economia e finanza per il libero professionista alla rivista d’uncinetto per la signora in pensione. «Mio padre aveva una zia che distribuiva i giornali nel quartiere, in bicicletta», racconta. «Poi la licenza passò a lui, che nel 1959 ottenne il permesso per aprire l’edicola proprio qui, dov’è tuttora. All’inizio era un piccolo esercizio con poche testate, una cinquantina al massimo. Oggi ne teniamo tremila». Dalla loro «postazione» i coniugi Zanchi hanno visto mutare il quartiere nel corso degli anni. «Manca il ricambio generazionale. La maggior parte dei giovani va ad abitare altrove e qui restano gli anziani. Farebbe piacere vedere un po&! #146; più di gioventù», spiega. «Comunque ! qui si vive bene, è un luogo tranquillo. Ricordo solo un periodo problematico, alla fine degli anni Settanta, quando il parco della piazza era frequentato da spacciatori e tossicodipendenti. Per fortuna, oggi non è più così». Zanchi rimpiange il vecchio bar Bauli, un bel luogo di ritrovo per gli abitanti, poi sostituito con una banca. «Si andava là a bere un caffè in compagnia, soprattutto la domenica, dopo la messa. Quando ha chiuso, è dispiaciuto molto a tutti noi». La soddisfazione maggiore che dà questo mestiere? «Si conoscono tantissime persone. Vengono qui, scambiano due chiacchiere e qualcuno addirittura si confida con me. E se si trasferiscono, l’amicizia rimane. Proprio stamattina, è passato a trovarmi un vecchio cliente che da tempo vive a Milano». Lati negativi, secondo Zanchi, non ce ne sono: «Se tornassi indietro non cambierei. Certo, la fatica di alzarsi ogni mattina alle 5… q! uella c’è», ammette. Alle 6 arrivano i giornali, si tiene aperto fino alle 13.30 e poi si ricomincia alle 15.30, dopo la pausa pranzo, per chiudere alle 20. «Sette giorni su sette», precisa. «Ci sarebbe la possibilità di avere due domeniche libere al mese, ma a me non è mai pesato tenere sempre aperto». Qualche interessato, rivela Zanchi, si è già fatto avanti. E una volta in pensione? «Viaggeremo un po’ e finalmente potremo dedicarci ai nostri hobby», afferma, «e poi abbiamo un nipotino di 3 anni, Lorenzo, che non vede l’ora di averci sempre a disposizione».

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