Carri ferroviari entrano nella stazione frigorifera della Zai negli anni Trenta per refrigerare i prodotti deperibili

L’ESTATE DI IERI. Da San Zeno al sogno del frigorifero in casa
Un manufatto del Tre-Quattrocento, poi la cupola dei Magazzini Generali. Ma negli anni Cinquanta il miraggio familiare era l’Algidus da 2.100 lire.

In queste settimane torride nelle quali i meteorologi continuano a ribadire che l’estate è rovente, torna la voglia di cibi e bevande fresche per i pranzi, le cene, gli spuntini: tra frigoriferi e condizionatori si cerca solo un po’ di fresco.Oggi, senza frigorifero (con freezer), non possiamo vivere, né d’estate, ma nemmeno d’inverno. Ma quale è stato il primo di Verona? Per una storia della conservazione dei cibi con il freddo, dobbiamo, però, iniziare dalla ghiacciaia altomedioevale di San Zeno. E’ un autentico capolavoro del Tre-Quattrocento veronese, il manufatto a pianta circolare, rinvenuto nel maggio del 1989, nell’area di proprietà della parrocchia di San Zeno Maggiore, in vicolo Abbazia, nel corso dei lavori per la ricostruzione dei servizi sportivi annessi ai campi da gioco dell’oratorio parrocchiale. Una vera e propria scoperta archeologica, ben valorizzata dall’architetto Flavio Pachera: nei documenti relativi all’abbazia di San Zeno, conservati negli Archivi veronesi, non si trova menzione di questo reperto, che è stato identificato come una ghiacciaia di epoca tardo medioevale. Molto particolare e ben costruita la sua struttura, in ciottoli fluviali e mattoni, che scende in profondità per circa sei metri, di forma tronco-conica in superficie e cilindrica nell’ultimo metro. L’aspetto più interessante è la presenza, nella parte orientale, di una scalinata di 13 gradini che, fiancheggiata da due muri, scende fino all’ultimo metro.Passarono cinque secoli, prima della comparsa del frigorifero. Infatti, il primo apparecchio per il freddo della città venne collocato, poco più di un secolo fa, nel 1914, all’interno del macello comunale: aveva sette celle per la carne ed era affittato anche ai privati.Una ventina di anni dopo, sempre sul fronte della conservazione dei cibi mediante il freddo, ecco la stazione frigorifera dei Magazzini generali con la grande cupola, considerata oggi, dopo un accurato restauro, uno dei più begli esempi di archeologia industriale. Legato allo sviluppo economico di Verona, l’ente autonomo Magazzini Generali si costituì nel 1924, e, l’anno dopo, acquistò il terreno su cui sorgeva il forte austriaco Clam, a sud della città, dove iniziò la costruzione di un impianto formato da magazzini, celle frigorifere e da un’immensa fabbrica di ghiaccio. Nel 1928, i Magazzini Generali erano già in piena attività, con un movimento di merci (legna e paglia, cereali, farina, paste e prodotti vegetali) di oltre 138 mila quintali. Fu, però, nel 1930-1931, che fu presentata la stazione frigorifera specializzata, su una superficie di oltre 10 mila metri quadri, con 35 mila metri di serpentine frigorifere, la più grande d’Europa: per realizzarla furono impiegate 150 mila giornate di lavoro, 5 mila tonnellate di cemento e calce e mille tonnellate di ferro. Tra i prodotti refrigerati e spediti, per oltre i due terzi in Germania, primeggiavano le pesche, seguite dalle ciliegie e dalle fragole e, tra gli ortaggi, i fagiolini. Qualche anno dopo, sempre negli anni Trenta, arriva, a Verona, almeno in pubblicità, il primo frigorifero in casa, ma il suo prezzo era iperbolico. Infatti, la «reclame», come si diceva allora, del primo elettrodomestico per il freddo comparve sul quotidiano L’Arena, il 31 maggio del 1934, 84 anni fa: era un Algidus, venduto al prezzo stratosferico di 2.100 lire da Faccenda, il negozio di via Quattro spade, al numero 11, che ha fatto sognare molte generazioni di casalinghe. Dunque, il frigorifero familiare, indispensabile nelle nostre cucine, ha l’età dei nostri nonni e ora Faccenda non c’è più.Che si trattasse di una cifra proibitiva lo si capisce dal fatto che, in quella primavera del 1934, con cento lire si poteva comperare una ghiacciaia Mignon e poi acquistare il ghiaccio che, dalla Lessinia, arrivava in città. Quella del ghiaccio fu la prima “industria” della nostra montagna: veniva portato su carri lunghi e stretti, che si mettevano in viaggio, a notte inoltrata, quando la temperatura era più fresca, e che portavano circa 20 quintali di blocchi di ghiaccio. A partire dagli inizi dell’Ottocento, nella Lessinia centrale vennero costruite nuove giassàre (ghiacciaie) per incrementare questo commercio; vennero poste soprattutto in prossimità delle strade, per facilitare il trasporto del ghiaccio con il fondo valle. Erano ghiacciaie “commerciali”, che si differenziano dalle originarie che servivano ad impedire l’alterazione del latte e per facilitare la trasformazione della panna in burro. Con la diffusione, nelle case, di ghiacciaie familiari, i giassaroi (lavoratori del ghiaccio) si videro decuplicata la richiesta di ghiaccio: non più soltanto macellai, gelatai, ospedali e alberghi, ma anche tante famiglie piccolo-borghesi. Nei primi decenni del Novecento, transitavano lungo la strada della Valpantena, provenienti dalla Lessinia, anche un centinaio di carri, quasi oggi notte, formando una suggestiva teoria di lanterne. Un commercio poetico, oltre che utile. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 19

Data: 5/08/2018

Note: Emma Cerpelloni