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Duomo lesionato, scuole inagibili e case evacuate Ma su tutto domina la macchina della solidarietà
Un testimone: «Abbiamo fatto tanto per gli sfollati»
Sono passate le 21. Nella tranquilla sera del 6 maggio 1976 – esattamente quarant’anni fa – nelle case di Verona i lampadari iniziano a oscillare; i mobili a «camminare» come animati di vita propria. Le stoviglie cascano giù dalle mensole, i volumi dalle librerie. In strada si frantumano i cornicioni e i comignoli di vecchi palazzi e chiese antiche. Nelle centrali dei pompieri e delle forze dell’ordine i telefoni si arroventano di chiamate. È il terremoto più forte del ventesimo secolo nell’Italia settentrionale.IL TERREMOTO DEI VERONESI. Come i veronesi reagiscono all’onda lunga di quello che – ma lo sapranno solo più tardi – è il distruttivo terremoto del Friuli, lo possiamo leggere sulle pagine d’epoca de L’Arena, direttore Gilberto Formenti. Righe battute di getto, nel panico di quel momento, senza che i cronisti si rendano conto di scrivere la storia. Riproponiamo qui le foto di Tiziano Malagutti.«Chi è fuggito come si trovava, chi con le urla ha cercato di vincere la propria paura e il pianto dei figli, chi si è precipitato per le scale, chi – e sono stati in molti – ha trascorso la notte all’aperto», riporta il giornalista de L’Arena, che non si firma. «Ma nessuno», aggiunge, «ha potuto nemmeno lontanamente sospettare quanto stava accadendo a Buia, Majano, San Daniele, Maniago, Osoppo, Gemona, Tarcento, Sequals, nei paesi compresi in un cerchio frettolosamente tracciato su una carta topografica lungo la strada che da Udine porta al confine. Là dove l’apocalisse ha colpito con la ferocia dei fenomeni incommensurabili».Il 7 maggio 1976 L’Arena titola in prima pagina: «Tremendo terremoto nel Friuli». Occhiello: «I morti accertati alle 5 di stamane erano un centinaio, ma si teme che siano molti, molti di più».Il dubbio contenuto in quel «molti» ripetuto due volte sarà poi confermato: le vittime del sisma (magnitudo 6.4 della scala Richter) sono 989; 45mila i senza tetto. Ma tutto ciò, appunto, si apprende diverse ore dopo l’accaduto.I RICORDI. «La sera del terremoto mi trovavo nella sede della Democrazia Cristiana, in via Garibaldi: era in corso una riunione», racconta Wilmo Ferrari, 68 anni, commercialista, membro del Consiglio generale di Cariverona. «Lo ricordo come fosse oggi. Arriva la scossa, noi ammutoliamo, e ci precipitiamo in strada, dove c’è già altra gente scappata dai palazzi intorno. Ovunque sia l’epicentro, è chiara la gravità straordinaria del terremoto».Nel 1976 Ferrari ha 28 anni, è un brillante consigliere comunale che sta per essere nominato assessore alla Pubblica istruzione dal sindaco Renato Gozzi, in sostituzione di Giancarlo Passigato, «dimessosi perché diventato segretario provinciale della Dc».Ferrari diviene assessore proprio quando l’amministrazione Gozzi deve compiere gli accertamenti su tutti gli edifici pubblici, scuole comprese: «Alcune erano lesionate, soprattutto il vecchio Fracastoro, all’ex Maternità di Santo Stefano», dice Ferrari. «Ma per fortuna, danni risolvibili in breve tempo».SOLIDARIETÀ. I danni agli edifici sono scarsi. Gli studenti del Fracastoro devono essere spostati da via Moschini, in parte al Don Mazza, in parte al Cangrande. Lesionata la navata sinistra del Duomo; cornicioni staccati dalla Gran Guardia; crepato il tetto della Casa di Giulietta; dichiarate inagibili alcune case. Ma nulla rispetto alFriuli.La macchina della solidarietà, a Verona, si avvia subito, incitata dagli appelli del vescovo Giuseppe Carraro per i «fratelli friulani». La Caritas, la Cassa di Risparmio, enti e cittadini inviano contributi. L’Arena promuove una sottoscrizione con cui si costruirà un quartiere a Montenars.Gilberto Girimondo, classe 1940, geometra e tecnico comunale, è scelto con un altro dipendente di Palazzo Barbieri, il ragioniere Antonio Sbabo, per coordinare gli aiuti in Friuli e contribuire alla ricostruzione: resterà a Nimis quasi un anno (in settembre ci sono altre quattro forti scosse), all’inizio sotto una tenda adibita a ufficio.«Viveri, medicine, coperte, vestiti, denaro. Verona ha fatto tantissimo. E poi sono arrivati i volontari, i nostri alpini, scout, Croce Rossa e protezione civile per allestire i campi», spiega. «Grazie all’Associazione roulottisti di Verona, abbiamo portato a Nimis 110 roulotte, primo riparo per i senza tetto. Grossi imprenditori veronesi hanno prestato i loro camper: allora sembravano astronavi ». o

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Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA -cronaca pag. 17

Data: 6/05/2016

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