L’Arena, IL GIORNALE DI VERONA 08/06/2014 CRONACA – Pagina 21

L’ANNIVERSARIO. Il primo nucleo del polo di Borgo Trento fu inaugurato il 7 giugno 1914 grazie al lascito dell’ultimo discendente di una ricca famiglia di Pescantina.

Ospitava la pediatria ed era considerato all’avanguardia in
Europa Fu requisito dai militari durante la guerra. Oggi è la sede degli uffici.
Due edifici, oggi, si guardano uno con l’altro: raccontano la storia dei cent’anni della sanità pubblica veronese. Stiamo parlando dell’ospedale Alessandri e del Centro Confortini degli Istituti Ospitalieri di Borgo Trento.
Infatti, il 7 giugno del 1914, viene inaugurato l’ospedale infantile Alessandri, che, di fatto, inizia l’era moderna della nostra sanità. Forse non tutti i veronesi sanno che l’ospedale Alessandri è stato il primo padiglione costruito all’interno di quello che diventerà poi l’Ospedale di Borgo Trento. Curioso il fatto che l’ultima grande struttura dell’ospedale, il Centro Confortini, sia collocata a lato dell’Alessandri. Pochi passi fra i due grandi edifici, ma un secolo di storia li divide. E se oggi tutte le chirurgie sono state accolte nel nuovo complesso sanitario, nel vecchio Alessandri, dopo che per tanti anni è stata ospitata ortopedia, adesso vi sono uffici amministrativi.
Quando fu costruito, un secolo fa, era considerato l’ospedale più all’avanguardia in Europa. Poco tempo dopo verrà però requisito dai militari e sarà riaperto ai veronesi solo dopo il 1918. In alto sulla facciata, è rimasto il nome: Alessandri. Del resto, fu realizzato grazie a un lascito molto generoso di Alessandro Alessandri che, nel suo testamento del 15 settembre 1895, nominò erede universale «L’ospedale dei bambini che intendo venga fondato in Verona». La famiglia Alessandri, originaria di Pescantina, era ricca: Alessandro, che aveva 87 anni ed era rimasto solo dopo la morte del fratello Carlo, disponeva di cospicue proprietà immobiliari.
Proprio sulla facciata ci sono due bellissime lapidi che ricordano i benefattori. A destra dell’ingresso, un marmo con la scritta latina «In charitatis lumine» (nella luce della carità), la data del 1885 e il ricordo dei fratelli Carlo e Alessandro Alessandri, con un bassorilievo in bronzo: raffigura una donna con due bambini. È l’immagine della pediatria. A sinistra, un’altra lapide con un fregio di putti e alcune parole sbiadite che ricordano altri benefattori dell’ospedale, con il nome e la data della loro donazione: Giulietta Cressotti, vedova Zorzi, (1905), Giosafatte Cressotti (1905), Agostino Failoni (1909), La Cassa di Risparmio (1916), la contessa Giuseppina Franchini, vedova Cipolla D’Arco (1925), Vittorio De Mori (1938), Jone Guglielmi, vedova Castelli (1946) e infine Albarelli Tullio fu Gaetano (1961). Sotto, una lapide rimasta bianca: forse ci si aspettava un numero maggiore di benefattori. Al lascito Alessandri si aggiunse una donazione della Cassa di Risparmio che decise l’acquisto di un’area, nella zona nord-ovest della città, alla periferia di Borgo Trento, stanziando 70 mila lire. Costo un milione e 200 mila lire di allora.
Progettato dall’architetto Giovanni Tempioni, l’ospedale fu considerato il più all’avanguardia in Italia e tra i più moderni d’Europa. Su un’area di 34 mila metri quadri, i padiglioni erano disseminati nel verde, con una imponente rete di sotterranei che li collegava. Era considerato all’avanguardia per la distribuzione dei padiglioni separati, per i sistemi di costruzione, di aerazione e di riscaldamento.
Comprendeva 180 letti, ma aveva spazi sufficienti per 200, e i medici usavano le attrezzature diagnostiche più moderne. Erano accolti bambini fino ai 12 anni: fino a tutto il 1914 ebbe 17.672 presenze di degenti e l’anno dopo, il 1915 arrivò a 34.842. Con lo scoppio della Grande Guerra fu requisito per tutto il periodo bellico. Negli anni Venti, la sua storia venne a intersecarsi con il progetto di un nuovo ospedale civile, ormai necessario, date le carenze della vecchia sede ottocentesca in centro città.

Il consiglio di amministrazione dell’ospedale si rese conto che un nuovo edificio non sarebbe costato molto di più dell’ampliamento della vecchia sede e così, il 9 agosto del 1929, il commissario prefettizio Ciotola deliberò la costruzione del nuovo centro ospedaliero. L’ingegner Pio Beccherle, incaricato del progetto, propose una struttura a padiglioni tra l’Adige e via Mameli. Mentre la parte nord era costituita dall’ospedale infantile, da est a ovest erano previste tre zone: la prima, per ambulatori, servizi di accoglimento e amministrazione; la seconda, al centro, per la cura dei degenti, con il reparto di chirurgia, mentre a sud erano collocati i reparti di medicina, con oculistica e otoiatria. Affacciati sull’Adige, vi erano gli edifici dei servizi e, a fianco, l’istituto di anatomia patologica, la chiesa, l’alloggio dei padri camilliani e delle suore. Una impostazione che è rimasta pressoché immutata: negli ultimi quarant’anni al posto delle vecchie palazzine sono stati innalzate nuove imponenti strutture, ma la disposizione è rimasta quasi inalterata. Il nuovo Centro ospedaliero occupava 142.184 metri quadri, aveva una disponibilità di 875 letti, più del doppio della vecchia struttura, oltre ai 170 letti dell’ospedale Alessandri. Fu inaugurato il 13 settembre 1942, alla presenza del sottosegretario all’Interno Guido Buffarini Guidi. Ma come era successo per l’Ospedale Alessandri, una nuova guerra ne bloccò l’attività: un anno dopo fu requisito dai reparti sanitari tedeschi.

Emma Cerpelloni