Per il 10° anniversario della nascita della chiesa di S. Francesco fu  pubblicato un libretto scritto dal primo Parroco Mons. Gianfranco Ferrari e dall’arch. Libero Cecchini, autore della prestigiosa ristrutturazione di un capannone dell’Arsenale
Per chi non avesse quell’opuscolo ne riportiamo di seguito un sunto, allo scopo di avere sul nostro sito una memoria storica della nascita della Parrocchia.
La storia iniziò nel Giugno del 1974 quando il Vescovo Mons. Carraro diede l’incarico a Don Gianfranco di dar vita ad una nuova comunità cristiana in Borgo Trento.
Il quartiere in continua espansione aveva necessità di una nuova Parrocchia che affiancasse la già esistente S. Pietro Apostolo (1959) ormai  troppo estesa.
Don Gianfranco, in accordo con il Vescovo, scelse per la nascente comunità in nome di S. Francesco,  come modello di vita semplice e legata al Vangelo.
C’era il nome, nascevano numerosi gruppi di catechesi, ma mancavano fisicamente le mura di una Chiesa, dove la neonata comunità potesse crescere ed espandersi.

Il Vescovo aveva individuato uno spazio all’interno dell’Arsenale, ma gli ostacoli da superare erano letteralmente infiniti.
Don Gianfranco trovò sistemazioni provvisorie, tra cui anche il teatro e la Cripta di S. Pietro Apostolo.  Qui la sera del 31/5/1975, fu tenuta una veglia di preghiera per la chiusura del mese di maggio. Sull’altare erano stati posti alcuni Rosari per i fedeli ed un statuina della Madonna di Lourdes. Alle 23 Don Gianfranco passò accanto alle mura dell’Arsenale e lanciò dentro la statuetta della Madonna  in corrispondenza  di un padiglione bombardato e inutilizzato da anni. La Provvidenza ha voluto che proprio in quel luogo il 21 giugno dell’1985 fosse aperta la prima breccia per entrare all’Arsenale e dare inizio ai lavori: nasceva la chiesa di S. Francesco.
Dal 74, data dell’incarico, al completamento dei lavoro, per l’entusiasmo di Don Gianfranco la comunità si era formata ed era viva ed attiva.
Nel 76 venne aperto un luogo di culto nel seminterrato di una villetta messa a disposizione della signora Albasini (Via Todeschini12) mentre i vari gruppi, sorti nel frattempo, si tenevano nelle case delle varie famiglie di fedeli

L’Arena del 4 Ottobre del 1984

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Una chiesa dal volto semplice

Parte della pubblicazione scritta dall’arch. Libero Cecchini

“Era la primavera dell’82 ed io abitavo in Via Cesare Abba ed ero pertanto un parrocchiano.

Fu nel corso di un incontro, del tutto casuale, che Don Gianfranco chiese la mia collaborazione per dare una sede stabile alla comunità con una chiesa.

I contatti con il Ministero della Difesa che gestiva l’Arsenale militare diedero adito a lunghe trattative.

Alla fine il Comune, che aveva diritto di prelazione sull’intera area, stipulò una convenzione con la Curia rinunciando ai suoi diritti sull’area degradata, con la clausola che se entro dieci anni si fosse realizzato un progetto complessivo di riassetto e destinazione d’uso dell’Arsenale, la Chiesa avrebbe potuto essere collocata in uno spazio più confacente alle esigenze abitative dei parrocchiani.

I dieci anni sono passati ormai da tempo e la collocazione della chiesa è divenuta ormai definitiva.

Don Gianfranco superò con slancio e spirito di adattamento tutte le obbiettive difficoltà che la struttura presentava. Fin dall’inizio, infatti, osservando i manufatti costituenti il complesso militare e in particolare quello posto a nord-est dell’area della cittadella , sembrò particolarmente complesso ma significativo poter trasformare un edificio originariamente destinato a scopi bellici e parzialmente distrutti da una bomba durante l’ultima guerra, in un luogo di riconciliazione di preghiera e di pace.

La chiesa di S. Francesco è nata così, in una posizione urbanistica poco favorevole, cercando di sfruttare al meglio lo spazio in attesa che, nell’ambito di una ristrutturazione complessiva dell’Arsenale, fosse possibile ricavare spazi esterni ed esterni più idonei alla vita della parrocchia.

Il mio primo contatto con i ruderi dai quali avrebbe dovuto nascere la nuova chiesa, questi grandi archi vuoti nel cielo che mi ricordavano le scenografie di Piranesi, fu estremamente emozionante. Il mio primo pensiero infatti fu di ricoprire quei ruderi con grandi vetrate per creare una sorta di “cattedrale della memoria”.

Putroppo visti gli scarsi mezzi disponibili, abbiamo cercato la soluzione di minor impatto economico nella speranza di poter realizzare, in seguito, quanto avevo inizialmente immaginato e pensato.

La Sovrintendenza ai monumenti ha imposto di costruire “com’era e dov’era”, spegnendo così definitivamente  il sogno di realizzare quel “monumento di continuità storica”   che avevo sognato e che a Verona non c’è.

L’approccio alla nuova chiesa, considerando la struttura fissa a due grandi navate, con cinque campate e volte a crociera in mattoni, preceduta da una scala d’accesso con una campata su viale della Repubblica, rappresentava l’esatto contrario di quanto previsto dalla tradizione liturgica.

Abbiamo infatti dovuto realizzare l’altare ad ovest, la sacrestia ad est e l’ingresso laterale a sud. Solo alcune intuizioni di Don Gianfranco hanno consentito di rendere significativo lo spazio liturgico, conducendo il fedele tramite arredi fondamentali – fonte battesimale acquasantiera, prima della navata dedicata al tabernacolo e seconda navata dedicata all’altare e all’ambone, i vari segni come la vetrata dell’Annunciazione e San Francesco – a vivere in densa atmosfera mistico-simbolica, in cui ogni oggetto ha una precisa valenza religiosa.

Il ciclo di ascolto e di preghiera si completa nella Cripta, ricavata sotto il livello della chiesa, dove il fedele si sente più isolato dal mondo esterno, in uno spazio intimo di raccoglimento.

Il restauro è stato, nel suo insieme, conservativo, limitato al necessario recupero e consolidamento delle parti deteriorate delle murature e dei pilastri, mentre la volta è stata lasciata così come era perchè, il calore del fuoco spigionatosi da un incendio, l’aveva “ceramicata”, creando una particolre ed intima suggestione.

La progettazione, pertanto, si è espressa soprattutto nella scelta dell’arredo. E’ stato inserito un pavimento di marmo rosa, mentre il presbiterio l’altare, il tabernacolo e l’ambone, sono stati realizzati in marmo bianco di Verona.

Come già detto l’edificio si presentava a due navate , come del resto altre chiese, tra cui, ad esempio, la chiesa romanica di Brenzone, fatto questo un po’ limitativo per la progettazione distributiva degli spazi religiosi.
L’aula celebrativa ha dovuto quindi essere organizzata in due linee.

Ma in questo caso a fugare sul nascere ogni problema, sono stati i miei frequenti momenti di riflessione  e di confronto con Don Gianfranco.

Di fatto come ben si evince dalla sua dettagliata descizione, con lui è stato possibile creare un percorso liturgico pregnante e coerente, carico di segni di alto valore religioso.

Per la realizzazione di quest’opera, devo ricordare anche l’appassionata e generosa collaborazione tecnica dell’Ing. Pierluigi Ongarelli, dell’abile e attivo factotum geometra Pietro Centurioni, nonchè dell’amministratore dottor Alfonso Zampieri, membri del Consiglio Pastorale della Parrocchia di S. Francesco.

E non posso certo dimenticare il parroco Claudio Castellani per la paziente collaborazione nella successiva realizzazione del nuovo centro pastorale dedicato alla memoria di don Stefano Gorzegno.”

Architetto Libero Cecchini


Una curiosità: quel capannone mezzo distrutto dell’ Arsenale era stato una scuderia.

La parte non crollata era ancora piena di finimenti e selle di ingente valore.

Lavori di restauro del 2006