Sebbene l’Ufficio del Comando tedesco, nella persona del Feldmaresciallo Kesselring, avesse assicurato, con documento ufficiale, che il Ponte Pietra e il Ponte di Castelvecchio non sarebbero stati fatti saltare,  il 24 aprile 1945 le mine dislocate in punti strategici, non li risparmiarono.
La Sovrintendenza, temendo comuque il peggio , si dotò degli esatti rilievi dei monumenti, così da poter redigere precisi elaborati grafici, integrati da riprese fotografiche,  per l’ eventuale ricostruzione: vide giusto.
Nell’immediato dopoguerra si aprì un dibattito all’interno della soprintendenza che prendeva in esame due possibilità
-lasciarli distrutti così com’erano: non solo per il loro valore di documenti autentici,
ma anche per un forte valore morale di testimonianza delle aberrazioni della guerra.
-esaminare la proposta di integrare il monumento con una struttura moderna.

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Alla fine prevalse la volontà di ricostruirli com’erano e dov’erano, con gli stessi materiali, le stesse metodologie, le stesse tecniche, essendo due propaggini dell’antica città verso l’esterno ed elementi paesaggistici del Lungadige.


Ponte Castelvecchio

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Del ponte erano rimasti solo i monconi delle massicce pile a base pentagonale  e le teste di ponte.

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Il 13 dicembre 1948 vennero incaricati del progetto di ricostruzione il nuovo soprintendente ai monumenti di Verona Piero Gazzola, l’architetto Libero Cecchini per la parte artistica e l’ingegnere Alberto Minghetti per la parte tecnica.

Libero Cecchini: «Quando con il soprintendente Piero Gazzola, quello
che supplicò i tedeschi di non far saltare i ponti di Verona e rischiò,
per questo, di saltare in aria con essi, mi chiamò per ricostruire ponte
Pietra e il ponte di Castelvecchio, ci domandammo se fosse più giusto
ricostruire com´era o progettare dell´altro. Ci sembrò più giusta la
prima opzione perchè significava rispettare l´esistenza storica del
territorio, tornare a leggere la continuità delle strutture. Lo facemmo
andando a recuperare i materiali negli stessi luoghi dove li avevano
presi gli antichi costruttori perchè in buona parte quelli dei ponti si
erano sbriciolati».

I primi lavori videro lo sgombero dell’alveo del fiume Adige dalle macerie, mentre nella seconda fase, iniziata nel 1949, i conci di pietra rinvenuti integri vennero ricollocati nella loro posizione originale, servendosi dei rilievi effettuati della Sovrintendenza  prima del crollo.
Inoltre, grazie allo studio dei cromatismi della pietra, si poté risalire alla cava da cui erano stati estratti i blocchi in età medievale, situata nel territorio di San Giorgio di Valpolicella. Si poterono così cavare le nuove pietre che avrebbero sostituito le originali danneggiate.

Il laterizio originale, costituito da terre diverse e di dimensioni diseguali, proveniva invece da diverse fornaci, si decise quindi di procurarsi quello nuovo dai cantieri di edifici in demolizione e da diverse fornaci veronesi e mantovane. Si ricorse inoltre  all’anticipato invecchiamento meccanico dei laterizi nuovi, con un sistema di sabbiatura ad aria e acqua, innovativo per i tempi.

Studiati i regimi delle acque del fiume, si stabilì di limitare i lavori al periodo novembre-marzo corrispondenza alla massima magra del fiume. Il lavoro di ricostruzione delle tre arcate, che in un primo momento era stato previsto della durata di una sola stagione, fu suddiviso in due fasi: le due arcate minori durante il primo “inverno” e l’arcata maggiore durante il secondo. Si giunse a tale decisione anche perché, a calcoli fatti, risultò che le pile potevano lavorare anche da spalla e che, quindi, non era necessaria la simultaneità nell’esecuzione dei tre archi.

La ricostruzione

 

Il lavori di ricostruzione furono completati  il 20 luglio 1951.
Per la ricostruzione del ponte fu importantissima l’opera dell’architetto Libero Cecchini che seguì i lavori dal 1949 al 1951, realizzando le ghiere esterne delle tre grandi arcate con i marmi veronesi e le strutture merlate soprastanti in laterizio.
Una delle più imponenti ed ingegnose realizzazioni del Medioevo italiano risalente al 1354 -1356,  voluta da Cangrande II della Scala, fu riconsegnata a Verona, praticamente identica.

Il 2 marzo, alla presenza delle maggiori autorità cittadine, S.E. Rev.ma il Vescovo della Diocesi, Mons. Girolamo Cardinale, benedice la prima pietra collocata sulla spalla sinistra del centro del primo corso di imposta dell’arco, come primo elemento della fase di effettiva ricostruzione.

QUI la relazione completa dell’arch Libero Cecchini