Verona nord

(dal blog “voce e pensieri di Bruno) da un idea’ di Bruno Etrari testo di Michele Gragnato, disegni di G. Ainardi e plastico di P. Borsato.

Un tempo, un gruppo di quegli antichi padri  che abitavano nei castellieri,  sui nostri monti, ebbero un’idea. Di sfruttare la fortuna di un loro particolare sito: un villaggio su un ultimo colle affacciato su una piana percorsa da un fiume ricco d’acque.

Avete già capito che si trattava del vecchio colle S. Pietro e  del verde Adige ai suoi piedi. Si riciclarono quei geniali preistorici. Lasciarono perdere le pecore e si misero in commercio.  Dapprima controllando i traffici fluviali, poi partecipandovi attivamente.  E fecero pure una bella, utile passerella che allacciasse le due rive. Prosperarono. Coltivarono le fortune della città, nell’ansa, e i loro Dèi, sul colle sacro. Ecco  le origini e la prima evoluzione di Verona. Che i Romani svilupparono in un centro moderno, secondo i criteri urbanistici dell’ellenismo maturo.

Quindi non mancarono ponti di pietra, palazzi di marmo, teatri, arene, templi, piazze, monumenti.

Se Verona crebbe, il nord della città ebbe il suo momento magico nell’età imperiale. Col tempio di Giove innalzato al culmine del colle, e passeggiate, teatro, odeon degradanti fino al fiume. Il tutto incorniciato dai ponti Pietra e Postumio.
E, quasi a ridosso d’essi, da due porte splendide:   verso il Brennero (insistente press’a poco su S. Stefano) e verso Aquileia (più o meno sulla chiesa-pizzeria del Redentore).

Neanche dire l’ovvietà: che fra i due ponti i nostri antichi padri organizzavano dei suggestivi spettacoli gladiatori sull’acqua, facendo scontrare vascelli e uomini armati. Con grande divertimento,
evidentemente, degli spettatori: i maggiorenti dalla facciata del teatro e il popolo dalla piana del porto, ora slargo dietro santa Anastasia.
Ad ovest, s’allungava la Valdonega, cioè la vallis Dominica. Certo non del Dominus, il Vescovo prossimo venturo, bensì della Domina, Iside, dea del femminino, signora delle acque, qui lussureggianti da molte sorgenti (esiste ancora via Fontanelle), del tramonto, della notte e della luce notturna della Luna.  Resti del suo tempio sono le colonne che stanno ben piantate nella cripta di Santo Stefano, gloriosa chiesa antichissima, intorno all’altare.

E resti delle ville, che costellavano questa zona panoramica, poi, si trovano nel sito archeologico di via Marsala, dove, peraltro, sembra che ci sia stata l’antenata della classica fabbrichetta padana, villa con azienda annessa, nel particolar caso una fullonica, cioè lavanderia-tintoria.
Dall’altra parte del colle sacro era pimpante, invece,  naturalmente ad est,  il tempio del Sole, che, a ben guardare, emerge ancora nelle rotondità dell’abside maggiore di S. Giovanni in Valle.
E, lì vicino, la cosiddetta Fontana del Ferro, alloggiava il luogo di culto della dea Ferronia, una divinità salutare, protettrice della fertilità. Non restò niente? Neanche per sogno! Tant’è vero che, in età cristiana, e fin quasi ai nostri nonni, questi caratteri, e i riti solstiziali, nel rione, fedele alla tradizione al di là del trapasso delle religioni, li ereditarono, adeguandosi agli usi, il Battista, il santo più solare che ci sia, addirittura da assolate solitudini desertiche, e le feste popolari connesse.   Un esempio, qui, d’altre persistenze? Le benefiche sorsate d’acqua della Fontana del ferro, utile per sposette in vena di restar incinte alla fonte,  e per i mariti un po’ tardi di ingravidar! Od ancora la  raccolta della rugiada, nella notte di S. Giovanni, da utilizzare poi sempre, all’occorrenza, perché la sguassa de san Zuan la libera da ogni malan!

Ai primordi del Cristianesimo,  Giove, sul sommo colle, cedette, ovviamente, il posto a S. Pietro e, alla sua base,  le segrete del teatro ospitarono la prima cerimonia d’una messa. Che fu officiata da S. Siro in transito per terre insubriche.

Ma capitò anche che, in età longobarda, inagibile il Duomo per terremoti devastanti, dalle due parti opposte del colle si contrapponessero i cristiani di vario credo. A  S. Stefano, stazionò, infatti, la cattedrale cattolica, latina, e, a S. Giovanni in Valle, quella barbarica,  ariana.

Più tardi, Nazareth offrì ai vescovi veronesi luoghi ameni per i soggiorni estivi. E a S. Giorgio, in prato dominico, nacque un bel monastero benedettino su terre concesse dal nobile prete Cadalao, intimo dell’imperatore e suo consigliere, perciò, in carriera, e anche fatalmente, antipapa, nelle lotte guelfoghebelline. A fargli da pendant, ad est, fra l’intrico dei canali secondari d’Adige dell’Isolo, sorse l’altro potente monastero di Santa Maria in Organo.

Mai più, inoltre, che le spalle collinari del luogo potessero restar sguarnite.

Già i Romani avevano provveduto ad una prima cinta di mura. Che fu riveduta e corretta, nel tempo, da Teodorico e, poi, per non dir d’altri, da Comune, Scaligeri, Veneziani, Francesi ed Austriaci.
Con Castelli, torri, e bastioni di supporto ad iosa.

Boccare, Terraglio, Bacola, S. Felice sono ancora in loco con le loro meraviglie nell’arte fortificatoria, che, come si sa, però, è sempre un momentino indietro di quella assalitoria. Con appendici di bella architettura fino all’Arsenale, che s’insediò nella Campagnola dei ricchi orti e delle robuste ortolane, spesso, perciò, arruolate per la Corsa del Palio. Orti stavano anche in naltura, dove, ad esempio, erano celebrati i piccoli e gustosi  brocoleti de s.Matìa (che, siccome terminava con una femminillissima “a”, diventò santa).

Più in basso, lungo il verde Adige, sulla riva sinistra, dato che il centro storico era già zeppo di bellezze romaniche e gotiche, si sbizzarrirono i Veneziani, costruendo, come su un più vorticoso Canal Grande di Terraferma,  le nuove facciate rinascimentali: di S. Giorgio (del Rizzo, già operante in Pal. Ducale a Venezia) e di S. Maria in Organo (del Sammicheli).  Dove splendono anche   capolavori assoluti, come gli affreschi e le tarsie della sacrestia di S. Maria e la cupola sammicheliana sopra un vera pinacoteca del nostro ‘500 in S. Giorgio.

Che dire di più?  Forse che lungo la riva di sant’Alessio c’è la chiesa che fu luogo di nascita del copatrono veronese S. Pietro Martire, poi degradata in bordello (ma le signorine, rispettose, mai professarono la loro arte nella stanza dove il santo ebbe i natali!) e infine rinobilitata in chiesa.
Dietro c’è l’intatto, suggestivo, quartiere veneto di S. Stefano, popolare e operoso da sempre. Cui si aggiunsero, dove prima brillavano solo el Mulin de le asse e le Lasagne, il quartiere liberty di Borgo Trento (con annessa stazione del trenin Lago-Cavrìn), e la Valdonega, urbanizzata, per una penultima espansione cittadina.

Il mistero di Verona Romana

 
Il mistero di Verona Romana di Pellini Luigi. Il video parla di Verona e dei suoi allineamenti verso il solstizio d’estate all’insegna di luoghi sacri e legati alle acque sotterranee. La città scaligera rappresenta come moltissime altre la Stonehenge del mediterraneo. Nel solstizio d’estate il sole si alza e i suoi raggi sono allineati sul cardo e su tutte le linee ortogonali del cardo. E’ stato di recente pubblicato dalla casa editrice Vita Nova, ” NASCITA DI UNA CITTA’ TRA ARCHITETTURA, MISTICA E METAFISICA”, di Luigi Pellini e Davide Polinari. Il libro approfondisce in maniera esaustiva gli argomenti trattati nel video.