Il prof. Giovanni Giulietti ci ha lasciati nel febbraio 2011. Molte generazioni di studenti del liceo classico Scipione Maffei e dell’Università di Verona ne hanno potuto apprezzare la competenza, il rigore, il metodo esemplare di insegnamento, il desiderio scrupoloso di valutare correttamente gli allievi e, al tempo stesso, la grande disponibilità, accompagnata da qualità umane profonde, mai esibite e lasciate piuttosto affiorare con pudore. Grazie a lui, molti studenti hanno costruito il loro senso critico e hanno appreso la bellezza del ragionamento.
La Redazione del sito desidera ringraziare con affetto Piernicola, figlio di Giovanni Giulietti, per la cortesia con cui ci ha fornito un ampio resoconto della vita del professore, fatto di parole e fotografie che raccontano eventi pubblici e momenti privati in cui si riconoscono lo spessore della persona e la sua grande umanità. Da tale resoconto è stato tratto il testo qui pubblicato.

 

GIOVANNI GIULIETTI  –  IL BREVE RACCONTO DELLA SUA VITA

 

ORIGINI E PERCORSO SCOLASTICO

Giovanni Giulietti nasce a Padova il 13 maggio 1915. E’ il primo e resterà l’unico figlio di Diana e Nicola, un figlio lungamente atteso e arrivato quasi per miracolo. Inevitabilmente è oggetto di grandi attenzioni e, fino alla prima adolescenza, si trova circondato da comportamenti materni e paterni iperprotettivi, che accompagnano affettuosamente la sua vita in casa e fuori casa.

A questo proposito, così Giulietti ha scritto di sé: «…l’ambiente sterile da cui venivo accuratamente fasciato mi marcò con limiti psicologici che ho conservato per tutta la vita: una forte timidezza interiore, ancorché continuamente contrastata dalla ricchezza degli interessi a dei facili slanci. Di quella timidezza, contratta nell’infanzia sequestrata dal mondo comune, trovo facilmente svariati segni: pur avendo sempre posseduto grande facilità di espressione, entusiasmo gioioso per la funzione docente (mi vedevo professore in cattedra prima ancora di sapere di quale disciplina), innata capacità a tenere spontaneamente la disciplina, non ho tuttavia mai iniziato un anno scolastico (né, poi, un anno accademico) senza provare una fortissima ansia, una disturbante condizione di emotività, una sorta di panico».

E’ ancora bambino, in età prescolare, quando la famiglia si trasferisce a Verona, dove il papà Nicola ha ottenuto la qualifica di primo archivista  presso il Genio Militare (come impiegato civile) e la mamma Diana può continuare l’attività artigianale di astucciaia (i suoi clienti sono orafi, argentieri e gioiellieri che hanno la necessità di disporre di piccoli contenitori di buona fattura per un’adeguata presentazione dei loro prodotti).

A Verona Giovanni frequenta tutte le scuole, dalle elementari al liceo classico Maffei. Si dimostra un bravo studente alle elementari e al ginnasio inferiore (l’attuale scuola media), ma non lo è al ginnasio superiore (le attuali 4^ e 5^ ginnasio), sia per la scarsa sintonia con l’insegnante di lettere, sia perché distratto da altri interessi che lo entusiasmano (tra questi, in particolare, i libri di Salgari, pieni di avventure in cui tende ad immedesimarsi). Nonostante le incertezze iniziali, supera gli esami di ammissione al liceo con un buon risultato e con promozione a luglio.

Nel 1931, quando ha 16 anni, papà Nicola viene a mancare dopo 3 anni di faticosa malattia. La grave scomparsa provoca notevoli difficoltà economiche, ma la mamma non ha esitazioni ad assecondare il forte desiderio del figlio di proseguire gli studi.
Giovanni entra quindi in prima liceale, proprio nella sezione A, quella più ambita per la presenza – in particolare – di un insegnante di latino e greco (il professor Casimiro Adami) ricco di sapienza e di carisma.  Frequenta il liceo con entusiasmo e impegno e ne esce assai bene nel 1934.

Dopo gli anni di scuola superiore, Giulietti frequenta l’Università di Padova, dove ha inizio e si sviluppa la sua maturazione filosofica. Presso l’ateneo patavino, segue infatti con grande interesse gli insegnamenti di Erminio Troilo (convinto anti-idealista e anti-gentiliano) e i due corsi che Giuseppe Zamboni tiene come libero docente nel 1935 e 1936. Zamboni avrà un’importanza fondamentale per Giulietti, che troverà nella “gnoseologia pura” del pensatore veronese le basi su cui fondare il suo percorso filosofico.
«Tuttavia – scrive il prof. Antonino La Russa, collega e amico di Giovanni – a dimostrazione che tutti i processi interni di cambiamento e tutte le scelte personali, anche e soprattutto quelle di pensiero, possono cominciare solo con la maturazione di un convincimento interiore forte, questo primo incontro con Zamboni  sembra non incidere sugli orientamenti dominanti di Giulietti in questo periodo. Infatti egli si laurea, il 23 giugno del 1938, con una tesi su “L’unità dello spirito come critica dello scetticismo etico”  (lo scetticismo etico è quello di Giuseppe Rensi) in cui si avverte la presenza del Troilo, come maestro ascoltato, e di Giuseppe Rensi, come critico della tesi dell’unità dello spirito e per questo criticato da Giulietti».

.

INSEGNAMENTO E SERVIZIO MILITARE

Le prime esperienze di insegnamento di Giulietti si intersecano più volte con le attività richieste dagli obblighi militari e con le vicende della seconda guerra mondiale.
Nel 1936, mentre è ancora uno studente universitario, riesce ad avere una supplenza di alcuni mesi all’Istituto Magistrale “Fuà Fusinato” di Padova e in seguito, per tre anni scolastici, ottiene l’incarico di filosofia e storia presso il liceo classico “Maffei” di Verona. Nel frattempo, non trascura affatto gli studi, ma si laurea anzi con lode e sostiene poi le prove del concorso nazionale per l’insegnamento di filosofia.
Poco dopo, nell’estate del 1939, Giovanni completa anche il servizio militare obbligatorio frequentando il corso per allievi ufficiali di complemento presso il XV Reggimento di Fanteria di Salerno. Il corso ha una durata ridotta (da luglio a ottobre) perché è la fase finale di un addestramento diluito sui due anni precedenti, nei sabati e nelle domeniche dell’anno accademico: si tratta infatti di un corso speciale, riservato solo agli studenti universitari.

L’esperienza di Salerno è pesante per le fatiche, il cibo sgradevole e l’arroganza dei sottufficiali, ma è anche l’occasione di incontri con compagni di corso di grande valore, alcuni dei quali assumeranno ruoli eminenti nel mondo della cultura italiana.
A questo proposito, il professore ha lasciato un appunto in cui sono citate diverse persone: «…ne ricorderò soltanto alcune: Jader Jacobelli, a tutti noto per la sua vistosa presenza in RAI, con cui preparammo insieme il numero unico che pubblicammo alla fine del corso; Giaime Pintor (fratello maggiore di Luigi Pintor), forse la persona più intelligente che io abbia mai conosciuto; la sua intelligenza sprizzava dagli occhi, dai gesti, dalla parola; un giovane la cui cultura appariva impressionante, incredibile, per un poco più che ventenne. Morì durante la guerra, saltando su una mina, mentre stava recandosi ad assumere il comando di un reparto partigiano. È davvero struggente e insieme edificante la lettera che egli scrisse al fratello nel momento in cui partì per il compito che mai poté realizzare; e ancora il toscano Geno Pampaloni, diventato poi uno dei più illustri critici letterari contemporanei; Gerretana e Salinari, letterati politicamente impegnati e di chiara fama».

Proprio durante il corso allievi ufficiali di Salerno, l’amico e collega di compagnia Jader Jacobelli gli dà la bella notizia del felice esito del suo concorso, prima ancora che il risultato compaia sulla Gazzetta Ufficiale. Così, a 23 anni, Giovanni diventa titolare di una cattedra di filosofia e pedagogia presso l’Istituto Magistrale “Renier” di Belluno, dove si trasferisce nell’ottobre del 1939. Non può tuttavia concludere il suo primo anno scolastico di ruolo perché il 1° febbraio 1940 è chiamato al LXXIX Reggimento di fanteria, di stanza a Verona, per il servizio di ufficiale di prima nomina.
Voci sempre più insistenti danno per imminente l’impiego bellico del suo Reggimento e le speranze di  congedo al termine del servizio d’obbligo sono sempre più evanescenti. Gli viene però offerta, insperata, una possibilità che non manca di cogliere al volo: il Ministero della Pubblica Istruzione emana infatti una disposizione che permette ai professori di ruolo sotto le armi di chiedere il congedo per ritornare all’insegnamento (la cosa si spiega col fatto che vi era allora grande carenza di insegnanti).
Giulietti riprende pertanto la sua attività didattica presso l’Istituto Magistrale di Belluno, dove rimane per l’intero anno scolastico 1940-1941. La guerra tuttavia è in corso e il periodo bellunese è interrotto da un nuovo richiamo dell’esercito che lo assegna al Comando Militare della stazione di Porta Nuova, a Verona, a partire da fine gennaio 1942.

Qui rimane fino al fatidico 8 settembre 1943. Sottrattosi alla cattura tedesca e rivestito l’abito borghese, Giulietti si presenta il giorno seguente al Liceo Scientifico Messedaglia di Verona – dove intanto è stato trasferito – per assumere servizio come straordinario di filosofia e storia.
Dopo la fine della guerra, un nuovo trasferimento lo porta al liceo classico Maffei che sarà, da allora, la sua sede stabile di insegnamento per oltre vent’anni.

.

MATRIMONIO E FAMIGLIA

Il matrimonio con Renata Rossi viene celebrato il 30 novembre 1940, a conferma di un legame nato quattro anni prima, durante una festa studentesca in casa di comuni amici a S. Pietro Incariano. Quel giorno, l’incontro fortuito di poche ore si trasforma infatti in un amore a prima vista, fulminante e  appassionato, un amore più forte dell’iniziale opposizione della famiglia di lei, poiché cresce rapidamente, si consolida nel tempo e rimane solidissimo per 75 anni, fino alla morte di Giovanni Giulietti nel febbraio 2011.
Dal matrimonio nascono due figli: Piernicola (marzo 1942) e Andrea (maggio 1947), ma il piccolo Andrea muore purtroppo prematuramente, soffocato da un pezzetto di plastica finitogli in gola mentre si trova nella sua classe di 4^ elementare, il 27 gennaio 1956.

La prima città di residenza degli sposi è Belluno; poi la coppia si sposta a Verona, in via Filippini, nella stessa casa in cui Giovanni era cresciuto. Nel 1943, la famiglia decide di sfollare a Tregnago, per rientrare tuttavia in via Filippini alla fine della guerra e rimanervi fino al 1950, quando si presenta la possibilità di una nuova sistemazione, sempre in affitto, in stradone S. Fermo. Finalmente, nel 1958, Giovanni, Renata e Piernicola si trasferiscono definitivamente in via Fratelli Bandiera, in Borgo Trento, in un appartamento di proprietà (dove tuttora risiede la signora Renata), costruito in cooperativa con altri insegnanti e con il supporto del programma INA cas

.

DAL LICEO MAFFEI ALL’UNIVERSITA’ E ALLA PENSIONE

Per lungo tempo il prof. Giulietti  tiene le sue lezioni nella sezione C del liceo Maffei, ma viene il momento in cui decide di lasciare il liceo e passare all’insegnamento universitario.

Una tappa intermedia è la libera docenza, conquistata superando un esame a cui è stato indirizzato con molta convinzione dal suo preside e amico prof. Aldo Pasoli. Consegue dunque la libera docenza in Filosofia Teoretica nel 1959, ricevendo una successiva conferma nel 1964, dopo aver tenuto due corsi liberi presso l’Università di Bologna (senza però abbandonare l’insegnamento presso il liceo Maffei).
Uno dei commissari di esame per la libera docenza è il prof. Ugo Spirito che gli dà ospitalità nel «Giornale critico della filosofia italiana» (fondato da Giovanni Gentile) pubblicando, fra l’altro, l’ampio scritto Morte e oltremorte. Lo stesso prof. Spirito – direttore della prestigiosa rivista – sarà anche il maggior sostenitore di Giulietti quando, nel 1972,  gli verrà assegnato il premio per la Filosofia dall’Accademia Nazionale dei Lincei per il libro Alla ricerca dell’essere perduto – Una introduzione alla filosofia di Heidegger.

Nell’estate del 1968, a Verona viene istituita una sede staccata della Facoltà di Magistero dell’Università di Padova e Giulietti presenta una regolare domanda per ottenervi un incarico di Filosofia Teoretica. La sua richiesta, avanzata semplicemente sulla base dei titoli posseduti, suscita grossi malumori nelle autorità accademiche veronesi poiché non è stata preceduta da una fase di consultazioni. La legge, tuttavia, è dalla parte del professore poiché impone che la richiesta di incarico da parte di un libero docente abbia la priorità rispetto all’analoga istanza di chi è già titolare di una cattedra o di un altro incarico. Non potendo quindi liquidare la questione con un rifiuto, le autorità accademiche esercitano forti pressioni su Giulietti e lo inducono ad accettare la docenza in “Storia della Filosofia Moderna e Contemporanea”, ovvero in una materia diversa da quella della domanda iniziale.
In concomitanza con questo primo incarico universitario (nell’anno accademico 1968-69), Giulietti chiede di essere autorizzato a completare il suo normale ciclo di lezioni nella 3^ liceo del “Maffei”, in modo tale da poter concludere il triennio con gli allievi chiamati a sostenere l’esame di maturità. La sua domanda viene accolta, ma non gli viene riconosciuta la retribuzione integrale (percepirà complessivamente 77.000 Lire per tutto l’insegnamento dell’anno).
Nell’anno successivo, Giulietti resiste ai numerosi tentativi di persuasione con cui il direttore dell’Istituto di Filosofia intende convincerlo a chiedere la conferma dell’insegnamento di cui è già stato responsabile e inoltra invece una nuova richiesta per l’assegnazione dell’incarico di Filosofia Teoretica che gli spetta di diritto e che gli viene finalmente affidato. L’incarico non viene più messo in discussione e resta di sua competenza anche negli anni seguenti, fino a quando Giulietti vince il concorso a cattedra  per la sua materia (nel 1975) e può insegnare non più a titolo di incaricato, ma di professore ordinario.
Nel corso di tutta la sua permanenza all’Università, a partire dal 1968, oltre a dedicare l’abituale impegno all’insegnamento e allo studio, partecipa attivamente al processo di sviluppo dell’Istituzione universitaria cittadina, fino alla nascita ufficiale dell’Università degli Studi di Verona (1982).

Anche dopo essere stato collocato fuori ruolo, per il limite del settantesimo anno d’età, mantiene ancora per cinque anni alcune attività all’interno della struttura universitaria, come consentito dalle norme in vigore, continuando – ad esempio – ad assistere gli studenti impegnati nella preparazione delle tesi di laurea. Non abbandona inoltre l’insegnamento e inizia invece a collaborare con il Centro Toniolo, presso il quale tiene per 17 anni, dal 1985 al 2001, un singolare corso di Storia della Filosofia (circa dieci lezioni dedicate ogni anno ad un diverso periodo del pensiero filosofico).
La cerimonia per festeggiare i suoi novant’anni, tenuta all’Università di Verona il 13 maggio 2005, con grande concorso di amici, allievi ed estimatori di tutte le età, lo vede molto vitale e soprattutto ancora  impegnato in attività molteplici.

.

PERCORSO FILOSOFICO E OPERE

Fin da giovanissimo, Giulietti aveva sempre amato leggere con accanimento, studiare, fare ricerche, buttar giù idee, pubblicare articoli, saggi e libri.
I suoi primi scritti importanti sono del 1938 (Breve introduzione allo studio della filosofia) e del 1943 (Per una fede nel valore della vita. Saggio di un’etica indipendente). Nel 1949, a 34 anni, pubblica la prima edizione, in tre volumi, della sua Storia antologica della filosofia per i licei: un’opera accolta con notevole favore e impostata in modo nuovo, poiché la storia della filosofia viene ricostruita, per la prima volta, con ampie citazioni dei testi originali dei vari filosofi. Successivamente, si dedica ad ulteriori ricerche e ad altre pubblicazioni di carattere sempre più teoretico: veri scritti di filosofia piuttosto che di storia della filosofia. In totale, sono circa 150 le opere da lui prodotte nel corso della sua vita.
A parte i lavori indirizzati al campo scolastico (manuali e commenti a numerose opere di filosofi), la maggior parte delle pubblicazioni di Giulietti si può schematicamente suddividere (come suggerisce il prof. Antonino La Russa) in due filoni principali: quello delle opere “zamboniane”, per così dire, nelle quali le idee filosofiche di Giuseppe Zamboni vengono esaminate, illustrate, chiarite, riproposte, diffuse, e quello che raccoglie le analisi critiche del pensiero di questo o quel filosofo (in particolare: Husserl, Heidegger, Spinoza, Rosmini) sulla base dei criteri del metodo zamboniano Al primo filone appartengono anche le edizioni commentate di alcune opere inedite dello stesso Zamboni.

In effetti, nel 1947 Giulietti ha fatto la sua scelta di pensiero: la filosofia dell’esperienza immediata, elementare, integrale di Giuseppe Zamboni, a cui, da quel momento, dedica con fedeltà e rigore tutta la sua vita di pensatore (si può avere un’idea dei contenuti del pensiero filosofico di Zamboni leggendo il libro Zamboni o della filosofia come sapere rigoroso di Giovanni Giulietti – Roma, Studium, 1983).
La maturazione di tale scelta si realizza attraverso diversi incontri con lo Zamboni: incontri aperti al contributo di tutti, nel corso dei quali ognuno ha la massima libertà di esprimersi e dialogare.
Il circolo di coloro che partecipano a quegli incontri, alla morte dello Zamboni, nel 1950, assume il nome di “Circolo Zamboni”. Ancor oggi, il Circolo vive e continua la sua attività in quello stesso spirito.

Fra le opere di carattere più generale sono da citare almeno le seguenti:
Un sentiero tra i filosofi. Filosofia e fondazione critica della filosofia, Brescia, La Scuola, 1970 (un’opera che, per diversi anni, è il testo di riferimento dei corsi di filosofia di Giulietti).
Introduzione alla filosofia, Milano, Edizioni di Comunità, 1977 (un volume rivolto ad un pubblico più ampio di quello studentesco).
Parva moralia, edito in proprio per farne dono, Verona, 1995 (una raccolta ordinata di riflessioni su svariati argomenti, come la libertà, il tempo, l’eternità, la morte).
Dedicato ai perplessi”, Verona, Edizioni della Vita Nova, 2005.

.


PERSONALITA’ E INTERESSI

Giovanni Giulietti era persona assai vitale, piena di iniziative, di interessi e di entusiasmo, ma dietro l’esuberanza (spesso quasi incontenibile) nascondeva una profonda timidezza che, unita ad una forte impulsività, non gli risparmiava qualche saltuaria cantonata, da lui stesso riconosciuta in seguito con grande contrizione e avvilimento.
Tenace e determinato, talvolta persino grintoso nel sostenere le proprie idee e ragioni, era tuttavia attento e sensibile alle ragioni degli interlocutori e, quando – come talvolta accadeva – gli sembravano più valide delle sue, era disposto a riconoscerlo senza alcuna remora: era insomma un uomo di sostanza, non di facciata.
Animato da forti ideali di verità e di giustizia, fedele senza riserve ai principi in cui credeva, era generoso e buono, ma molto rigoroso, mai molle né corrivo.

Affrontava la sua attività didattica con serietà e passione in ogni tipo di scuola, ma soprattutto al liceo, dove era richiesto anche l’insegnamento della storia oltre a quello della filosofia. La storia non lo appassionava particolarmente, ma non risparmiava alcun impegno per mettersi in condizione di insegnare al meglio anche questa materia.

Gli anni del liceo sono stati quelli che lo hanno maggiormente gratificato nella sua attività di insegnante. Grandi erano in lui lo slancio verso il suo lavoro e la gioia di poter accompagnare i ragazzi in un periodo delicato della loro vita, aiutandoli a crescere non solo culturalmente ma anche umanamente.

Aveva profondo rispetto degli allievi, pur mantenendo fermo il suo ruolo di insegnante ed educatore (non dunque di un primus inter pares). Li spronava senza tregua ad ottenere da se stessi tutto ciò che erano in grado di dare e, a tal fine, spesso li interrogava fino allo spasimo. Sui criteri di valutazione aveva le sue teorie personali: assegnava infatti i voti senza limitazioni; non si fermava quindi all’otto, ma poteva arrivare anche fino al dieci, poiché considerava assurdo pretendere che un allievo ne sapesse quanto l’insegnante per poter meritare il voto più alto.

Giulietti aveva sempre qualcosa da fare. A casa, impiegava la maggior parte del tempo leggendo (era un lettore formidabile, velocissimo ed estremamente concentrato), studiando e scrivendo. Ma quando si occhieggiava nel suo studio, capitava talvolta di vederlo alla scrivania tutto intento ad allenarsi con qualche gioco di prestigio.
In effetti, la passione del “magico” si era manifestata già nella prima adolescenza (quando aveva deciso di studiare l’inglese da autodidatta al solo scopo di poter leggere i testi sui giochi di prestigio, spesso disponibili solo in quella lingua) e lo ha accompagnato fino agli ultimi anni della sua vita. Sull’argomento continuava ad aggiornarsi attraverso libri, riviste e acquisto di giochi nuovi, specialmente in occasione di qualche breve viaggio all’estero, dove conosceva i negozi specializzati di alcune grandi città (Londra, Parigi, Vienna). Iscritto al Club Magico Italiano come dilettante, era un prestigiatore e prestidigitatore assai abile e talvolta si esibiva con gusto nelle più svariate circostanze (c’è una foto del 1936 in cui lo si vede fare giochi con le ombre cinesi alla sua prima classe di allieve al magistrale di Padova).

Un altro suo forte interesse era quello per i filmini domestici dei quali ha lasciato un discreto archivio. Era questo lo strumento che gli consentiva di conservare molti preziosi ricordi familiari.
Già nel 1929 aveva ricevuto in regalo la sua prima cinepresa, poi ne aveva acquistata un’altra qualche anno dopo la guerra. A quel tempo si filmava su celluloide e per lo sviluppo era necessario inviare le pellicole fuori Verona. Le operazioni successive richiedevano ancora un certo impegno, perché si doveva passare la pellicola alla moviola, scegliere i pezzi da eliminare, eseguire i tagli e incollare fra loro le parti rimanenti effettuando così il montaggio  definitivo.

Era appassionato di cinema, e aveva un vero e proprio culto per Charlie Chaplin, del quale era riuscito a procurarsi quasi tutte le opere. Altri autori e generi preferiti: Buster Keaton, Hitchcock, film gialli, polizieschi e thriller.  Era anche un forte lettore di libri gialli d’autore.

Amava la musica sinfonica e da camera e ne ascoltava in quantità, con alcune preferenze (Mozart, Beethoven), ma anche con la curiosità di conoscere i più svariati autori.  Ascoltava con piacere anche altri tipi di musica, ad esempio quella leggera di qualità e  i pezzi dei cantautori.

Un suo hobby era quello di cucinare dolci. Fra le sue specialità: la Sacher, la Linzese e una torta di mele molto particolare. Era goloso di cioccolatini, amava andare qualche volta al ristorante e scoprire locali con cibi buoni e gestori garbati. Una volta scoperto un ristorante che riteneva interessante, ne parlava con entusiasmo agli amici e conoscenti. Ma se in questo ristorante, pur decantato, gli capitava una volta un cibo mal riuscito, subito scattavano una profonda delusione e un definitivo rifiuto.

.


GLI ULTIMI TEMPI

Solo le parole delicate e affettuose del figlio Piernicola possono ricordare nel modo migliore l’ultimo periodo di vita del professore:
«Nel corso della sua vita, da giovane e da meno giovane, il papà era insofferente di qualsiasi impedimento dovuto a malattia. Quando, raramente, gli capitava di dover rimanere a casa da scuola per un’influenza o per un qualsiasi altro malessere, era furioso come una fiera in gabbia.
Una volta, riflettendo su questo suo comportamento che non approvava, mise a fuoco che col procedere degli anni è più facile che le persone si ammalino e che a lui stesso sarebbe potuto capitare, diventando vecchio, di ammalarsi, forse anche gravemente. A quel punto promise solennemente a se stesso e a noi familiari che, se questo gli fosse accaduto, avrebbe vissuto questa condizione con saggezza.

Poi effettivamente si ammalò e nell’ultimo anno e mezzo si trovò costretto a notevoli limitazioni, in condizione di forte dipendenza dagli altri (e di totale dipendenza negli ultimi 6 mesi): condizioni delle quali fu fino quasi alla fine completamente consapevole.
Mantenne la promessa. Non si lamentò una sola volta. Al contrario, nella malattia era dolcissimo, manifestava gratitudine per ogni attenzione che gli veniva rivolta e insisteva perché chi lo assisteva si prendesse dei momenti di pausa per se stesso.

Negli ultimissimi tempi, quando i momenti di assenza rappresentavano la sua condizione quasi costante, non venne mai meno l’affacciarsi di tanto in tanto di sorprendenti momenti di lucidità – soprattutto in risposta alle tenerezze di chi lo assisteva – nel corso dei quali ci regalava ancora scherzi e battute di spirito».

. .

[ A cura di  P.G. e A.S.]

.

DIDASCALIE FOTO

01 –   1916 (o 1917) – Giovanni Giulietti con il papà Nicola e la mamma Diana Brunetti

02 –   1930 (circa) – Giovanni adolescente

03 –   1935-36 – G. Giulietti con una classe dell’Istituto Magistrale Fuà Fusinato di Padova

04 –   1954 (circa) – Con la moglie Renata e i figli Piernicola e Andrea

05 –   1986 – Giovanni Giulietti a 71 anni

06 –   1983 – 28° Congresso Nazionale di Filosofia a Verona

07 –   1957 – Foto con la classe 3^ C del liceo classico Scipione Maffei di Verona

08 –   1936 – Giochi con le ombre per le allieve dell’Istituto Magistrale di Padova

09 –   1983 (o 1984) – Giovanni Giulietti in lungadige Cangrande a Verona

10 –   1989 – Con la moglie Renata in val di Fassa

11 –   1991 – Con la moglie Renata durante un viaggio a Budapest

12 –   2005 – Il sindaco Zanotto consegna la targa del Comune per i 65 anni di matrimonio