INCHIESTA. Nei negozi dopo l’introduzione dei contenitori
biodegradabili

I clienti sono divisi.  Contrari soprattutto gli anziani: «Un’altra tassa da pagare». Più favorevoli i giovani: «Bene se serve a diffondere la cultura del rispetto ambientale»

«Siamo proprio alla frutta, in tutti i sensi, poveri noi…». Oppure: «Tra un po’ faranno pagare pure l’aria che respiriamo, non sanno più dove andare a raccattare soldi». E ancora: «L’ennesima batosta, il solito giochino per far pagare tasse ai cittadini». Fuori dai supermercati veronesi – dall’Eurospar di via Manin al Pam di via dei Mutilati fino all’Esselunga della Fiera e al Famila del Saval – la maggior parte dei clienti commenta con bocca amara l’applicazione del decreto legge Mezzogiorno che obbliga i commercianti a far pagare i sacchetti rigorosamente biodegradabili per la frutta e la verdura.«Non ci piace certo mettere in conto il centesimo di euro», ammette Massimo Abascià direttore del centralissimo Eurospar, «ma non abbiamo alternativa: lo impone la normativa, non si può fare obiezione di coscienza a meno di prendersi una bella multa». L’importo? Altissimo: i trasgressori rischiano dai 2.500 ai 25mila euro. «E comunque, a parte questo aspetto che già di per sé non lascia alternative», continua Abascià, «bisognerebbe giudicare lo spirito “educativo” della norma: sensibilizzare i consumatori alla riduzione della plastica». I sacchetti per l’ortofrutta fino a fine 2017 erano gratis ma di materiale inquinante come il polietilene, ora sono «bio» cioè riutilizzabili e trasformabili in concime: le catene alimentari, per far fronte agli ingenti costi per il loro acquisto, sono costrette a recuperare in parte la spesa sullo scontrino finale. Inoltre, il fatto che adesso siano “messi in conto” dovrebbe limitare la cattiva abitudine di chi, nel carrello, ne metteva più del necessario. Il prezzo varia da negozio a negozio: i 3 centesimi del Pam già oggi scenderanno a 1 in linea con il resto del mercato veronese. «Oltre a questo, non è certo un centesimo di euro a dover infastidire la gente», commentano all’uscita dal Pam Massimo Dell’Eva, Serena Segala e Fausto Reami, «per gli anziani è più difficile da mandar giù perché lo vedono come un escamotage per prendere loro ancora soldi, ma per noi più giovani è un costo accettabile se il fine ultimo è quello di sensibilizzare al rispetto dell’ambiente». «Mi auguro», prosegue Massimo, «che un po’ alla volta, toccando o meno il portafoglio degli italiani, cresca davvero la sensibilità civica a tutela della nostra terra: non è certo un centesimo in più per imbustare l’insalata o i mandarini a doverci far arrabbiare…». Anche Graziella e Mirka, impegnate a far la spesa ai banchi di piazza Erbe, concordano: «Non è una questione di età ma di capacità di arrivare o meno a fine mese, bisogna sempre giudicare dal punto di vista di chi sta peggio». Chi vive con pensioni al minimo si arrabbia, è ovvio, di fronte ad ogni nuovo esborso: «Rinuncio a comperare spesso la carne perché costa troppo», ammette sinceramente Mario Albertini, «ma se poi mi ritrovo a fine anno nel mio budget un’uscita di 15 euro mi dà fastidio, eccome, perché magari con quei soldi lì mi mangiavo due buone bistecche!». L’altro rischio, reale, già pubblicizzato sui social, è quello tipico partorito dalla fantasia degli italiani – «fatta la legge, trovato l’inganno» – cioè appiccicare lo scontino direttamente su banane, arance, patate senza usare i sacchetti a pagamento. «Sì, c’è chi lo fa», ammettono alcune cassiere del centro, «ma non si può pensare di prezzare un frutto alla volta…si stancheranno, prima o poi». C.F.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 17

Data: 4/01/2018

Note: C.F. foto Marchiori