La cupola vista dall'interno della chiesa. La copertura è in rame

RESTAURO. La restituzione del monumento sanmicheliano con una cerimonia alla presenza del parroco, del vescovo e dei molti specialisti che hanno curato l’intervento
La brunitura realizzata secondo un’antica ricetta ritrovata Don Viviani: «Un’opera unica che lega Verona e Venezia»
San Giorgio, restauro ultimato: la cupola ritorna all’antico splendore. Per la brunitura è stata usata un’antica ricetta segreta ritrovata in un quaderno. Finiti i lavori e smontati i ponteggi, la cupola si racconta: la sua storia, il suo simbolismo, i suoi segreti. La cerimonia di restituzione dell’intuizione geniale del Sanmicheli, restituita dopo un paziente e competente restauro, è avvenuta alla presenza del parroco monsignor Piergiorgio Rizzini, del vescovo monsignor Giuseppe Zenti, degli architetti Massimo Casali e Paola Ravanello, che con i colleghi Giancarlo Manni e Massimo Dal Forno hanno curato i lavori, del direttore del museo diocesano don Maurizio Viviani e del funzionario della Soprintendenza Giuseppe Felice Romano.Gli intermezzi musicali sono stati eseguiti dall’accademia musicale San Giorgio. «Una cerimonia che vuol essere un atto di consegna alla parrocchia e alla città», ha detto monsignor Rizzini. Nessun dubbio che si tratti di uno dei monumenti più visitati e fotografati, come l’interno della stessa chiesa di San Giorgio in Braida definita da Ghoete una galleria d’arte per le opere custodite. Il progetto di restauro è stato affidato alla ditta Erminio Cordioli e la posa della nuova copertura in rame all’impresa Varana: 750 metri quadrati che portavano incisa la data «Questa cupola è un unicum nel panorama della città», ha detto il parroco. «Un elemento che lega Verona a Venezia, poiché in San Giorgio era presente dalla metà del ‘400 una Congregazione veneziana: i Canonici secolari di San Giorgio in Alga, un’isoletta della laguna dove si erano ritirati alcuni nobili veneziani per dare vita a una riforma della chiesa». «Se la cupola rappresenta il cielo», prosegue, «si sottolinea il genio sanmicheliano che pensa il pavimento come suo riflesso speculare. Cielo e terra sono uniti nella medesima lode, in perfetta corrispondenza. I suoi dodici finestroni sono orientati a gruppi di tre verso i quattro punti cardinali. È la visione della Gerusalemme celeste di cui parla l’Apocalisse: una città che è casa di tutti i popoli». A ripercorrere le tappe dei lavori è l’architetto Ravanello, fin dal primo stralcio nel 2011 che ha riguardato il chiostro. Per l’intervento sulla cupola si dovrà attendere il secondo avviato nel 2014 per un importo complessivo di 1.161.477, 01 euro di cui 801.477,01 con finanziamenti europei-regionali, 300mila della Fondazione Cariverona e 60.000 con fondi propri. Roberto Bortolazzi ha seguito l’aspetto amministrativo e Alessandro Fianco le procedure amministrative burocratiche, mentre il collaudo in corso d’opera è stato affidato a Celestino Leorato. La bibliografia è stata studiata dallo storico Stefano Lodi. A descrivere i lavori è stato chiamato l’architetto Casali che ha ricordato le problematiche legate ad attacchi biologici con presenza di croste nere, fessurazioni, distacchi e lacune di materiale. Ha illustrato l’intervento della ditta Episteme sulla struttura di 14 metri di diametro con un’altezza dalla centina di 7 metri e mezzo. Una prima ipotesi prevedeva la rimozione delle vecchie lastre per riposizionarle su quelle nuove con una funzione decorativo cromatica. Poi, si è preferito sostituire interamente le lastre ed è iniziato un lavoro di ricerca anche attraverso esperienze maturate nel tempo all’interno di aziende come la Fonderia Bonvicini e l’Istituto Italiano Rame. Dopo un confronto con la Commissione d’Arte Sacra e la Soprintendenza si giunge alla sola spazzolatura delle nuove lastre di rame per eliminare la brillantezza unendo una brunitura naturale. «L’unica licenza presa che ha invecchiato di circa 6/7 anni l’immagine del rame», chiarisce Casali. Emerge anche una ricetta segreta, ritrovata dal confronto di due aziende storiche: Pighi e Varana, quest’ultima esecutrice delle opere. È stata ripresa da quaderni storici accuratamente conservati e ha permesso di brunire in modo naturale la lamiera. «L’immagine che si è persa e da alcuni rimpianta», riprende Casali, «non era certo frutto di scelte architettoniche ma di agenti ed eventi casuali, unici e irripetibili». Insomma, la scelta è stata di «fare un passo indietro» per lasciare allo stesso materiale, il rame, «la possibilità di evolversi nel tempo con le patine naturali». Chiude con un’anticipazione: «Sono stati acquisiti i dati metrici dello spazio con precisione millimetrica utilizzando stazioni scanner mobili e si sta ricostruendo in studio il suo modello tridimensionale. Sarà così possibile visualizzare, ispezionare e navigare la cupola tramite tecnologia virtuale, anche in spazi ora inaccessibili».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 21

Data: 20/10/2018

Note: Marco Cerpelloni