IL DOCUMENTO. Gli scatti nel sanatorio realizzati alla fine degli Anni ’60 da Giuseppe Brunetto
Il Carnevale al San Giacomo aperto al pubblico: fotografie inedite La festa raccontata dal giornalista de L’Arena scomparso nel 1975.

 

Una finestra sulla follia, ma lontana dalle angosce e dagli specchi di un’umanità dolenti. Tutt’altro. Una finestra nel cuore della follia, nell’unico giorno in cui, per le persone comuni, è lecito «insanire», come diceva il detto latino, e che era un giorno di festa atteso in un luogo che oggi non è più: il manicomio di San Giacomo alla Tomba. Era il giorno di carnevale, quando gli ospiti della struttura veronese si travestivano, montavano su carri allegorici e sfilavano per i viali di quella cittadella indipendente.E la finestra è quella aperta da un’ottantina di foto del giornalista veronese Giuseppe Brunetto (1933-1975) alla fine degli anni Sessanta quando era cronista de L’Arena. Scatti inediti e ritrovati dal figlio, Filippo Brunetto, oggi caporedattore dello stesso quotidiano.1968, il Carnevale, oltre al Corpus domini, è l’unica festa dell’anno aperta al pubblico e celebrata nel manicomio. E Brunetto, occhi fissi sull’umanità, immortala i pazienti che vestono i panni di dottori, damigelle, figure storiche dell’epoca, con un moto d’orgoglio, quasi a lanciare un appello, tra l’altro scritto in uno dei cartelli portati in sfilata, «Ci siamo anche noi». Eccoli allora i «matti» di San Giacomo (alcune foto si possono vedere dal 18 maggio in biblioteca Frinzi): il Re Beon con una bottiglia di vino delle cantine Antisociali o commensali di un’osteria vicino al mappamondo poggiato sulla scritta «Igiene mentale». I padiglioni maschili terzo e quarto mettono in scena una scuola di patente di guida. Un altro gruppo rappresenta una tavola operatoria con tanto di seghe a mano e coltellacci. Fatine e signorine giapponesi sfilano tra personaggi su carovane del Far West, tra teste giganti di carta pesta e personaggi bizzarri operatori del «Soccorso girini» o del vero atelier della pittura, fiore all’occhiello del San Giacomo dove dipinge l’esponente dell’Art brut Carlo Zinelli. Sui visi grandi sorrisi. Perché per donne e uomini del San Giacomo quello è un dì di festa da passare con pazienti, parenti, medici, cittadini e una vera giuria sul palco. Per una giornata Brunetto immortala quell’allegro corteo, mescolandosi agli spettatori e soprattutto ai ricoverati. Perché Brunetto esprime con orgoglio ed estro una parte di sé «vicina agli umili e agli sconfitti e al loro mondo segreto ed esclusivo», scriverà il collega Stefano Reggiani in un articolo che annuncia la sua morte nel gennaio 1975, sul quotidiano La Stampa per il quale entrambi lavoravano. Brunetto, infatti, dopo l’esordio a L’Arena si trasferisce a Torino dove muore a 41 anni per una broncopolmonite, lasciando quattro figli. «Brunetto trovava un calore di umanità e di solidarietà che traspariva dagli articoli» esprimendo una parte di sé «amava cercare, nel suo mestiere di cronista e di inviato, la gente emarginata, i personaggi irripetibili, fossero i madonnari, umili pittori di soggetti religiosi sui marciapiedi, o i burattinai della fonda provincia italiana, i pescatori di Sicilia o i fotografi ambulanti di Napoli». Una vicinanza «agli ultimi» che anche a Verona esprime con pagine intense su L’Arena, e sempre a fianco degli ospiti del San Giacomo. Suo l’appello del Natale 1966 per denunciare che Verona si è dimenticata dei suoi matti. L’Arena lancia una sottoscrizione tra i veronesi per regalare ai pazienti «un grammo di felicità». E lo fa con le parole di Brunetto: «A Santa Lucia la popolazione ha dimenticato gli ospiti dell’ospedale psichiatrico. L’attesa di circa mille malati mentali è stata delusa: fino all’ultimo hanno sperato in un nostro ricordo», scrive ricordando ai cittadini – che per Natale hanno predisposto tutto («dalle mance alla portinaia agli auguri al tabaccaio») – di portare là un segno tangibile di solidarietà. «Non ci siamo ricordati di loro. Eppure sono tanti, quasi mille. Vecchi e giovani, uomini e donne. Hanno il nostro cognome, ma non li nominiamo. Solo qualche volta, e nel segreto delle mura domestiche. Facciamo loro visita, ma non a tutti e di rado. Anche se vivono, anche se esistono, sono “cari estinti”. Eppure sono molti, sono parte di noi. Sono i matti, i pazzi, i malati mentali. Vivono con noi ma non tra noi. Sono ospitati in un ospedale vecchio di secoli, a quattro chilometri da piazza Bra, ma la distanza che li divide dalla città si può misurare in anni luce». E conclude facendosi portavoce dei desideri dei «matti»: un vestito «anche usato»; il bene della moglie; la visita di un parente; torrone e giocattoli; due giorni di libertà. «Li curiamo, li manteniamo, costruiremo un nuovo complesso. Ma al bilancio della città, accanto ai miliardi, deve figurare anche un contributo di affetto, di comprensione, di ricordo».

Tratto da: L'Arena - cultura- pag.64

Data: 13/05/2018

Note: MARIA VITTORIA ADAMI - fotoservizio Giuseppe Brunetto