Impariamo più dalla scuola che dalla vita. I primi anni dell’infanzia e dell’adolescenza vissuti a quotidiano tu per tu con insegnanti e compagni di classe sono indelebili. Quante volte sentiamo dire a una madre o un padre «mio figlio è a scuola», come a voler rassicurare se stessi all’insegna della serenità. Perché nelle aule gli alunni sono e si sentono protetti e al centro del loro mondo. Dunque, devono allarmare due episodi accaduti in scuole elementari del Veronese, nel giro di pochi giorni, e solo in apparenza lontani tra loro. Il primo riguarda una bimba di nove anni finita al pronto soccorso dopo essere stata picchiata da un coetaneo. Sarebbe stata spinta contro un lavandino e poi bott e un calcio in mezzo alle gambe. Ma sorpresa perfino maggiore, è l’aver scoperto che le vessazioni del ragazzino andavano avanti da tre anni, «un problema per il quale avevo chiesto più volte alle insegnanti di intervenire, senza ottenere nulla», dice la mamma. Perché quel bambino si è comportato in modo violento, e da così lungo tempo? In attesa di saperlo, nessuna risposta può lenire le ferite non solo nell’anima di una bimba lasciata sola e inascoltata nel luogo che dovrebbe essere il più protettivo del mondo. Diverso, ma non meno sconcertante quanto era capitato a un’altra bimba di un’altra elementare, costretta a mangiare solo tonno in scatola e un pacchetto di cracker perché i genitori non le hanno pagato la retta della mensa. Scoppia lo scandalo e il calciatore dell’Inter e della Nazionale, Antonio Candreva, s’offre di pagare lui i soldi che mancano. Ma anche qui il problema non si risolve con pur esemplari atti di generosità, né creando ingiuste disparità. Il punto è che la scuola non può far piangere nessuna bambina, né per calci ricevuti né per cibo differenziato. Insegnanti e famiglie dovrebbero riscoprire la capacità di saper guardare nel cuore ancora fragile, ma aperto degli alunni. Senza mai lasciare solo nessuno.

Tratto da: L'Arena -pagina 1

Data: 14/04/2019