image

SCIENZA E GIUSTIZIA. Contestati tre articoli di un decreto legislativo. Se ne parlerà  in autunno.-Dal gip discussa l´archiviazione per diffamazione dello scienziato –

Quella colorazione blu delle selci dovuta ad una molecola che, forse in omaggio alla nostra città, venne battezzata «Giulietta e Romeo», diventerà un processo che inizierà in autunno. Il sostituto procuratore Beatrice Zanotti ha infatti disposto la citazione diretta per la dottoressa Alessandra Aspes alla quale vengono contestati reati di natura contravvenzionale ma «appesantiti» dall´ipotesi del dolo eventuale (cioè l´accettazione del rischio che si sarebbero prodotti dei danni). Perciò, senza passare dal «filtro» dell´udienza preliminare, l´ex direttrice del Museo di Storia Naturale comparirà direttamente davanti al giudice monocratico.
LA DIFFAMAZIONE. Nella vicenda delle selci, patrimonio ritenuto dalla comunità scientifica internazionale di inestimabile valore, una parte delle quali, dopo il trasferimento da Castel San Pietro alla palazzina comando dell´Arsenale diventò blu, si inserisce anche la querela sporta dal Comune di Verona nei confronti di uno studioso, Lorenzo Rook (Matteo Nicoli il suo legale) che in un articolo apparso sul National Geografic nel luglio 2010 descrisse l´Arsenale «una camera a gas». Aggiunse anche che «non era stata intrapresa alcuna azione concreta per la salvaguardia del patrimonio archeologico» (e per le selci blu si erano mobilitati, con una lettera al ministro Bondi, 40 scienziati internazionali).
L´amministrazione si sentì diffamata, denunciò lo studioso ma il pm, ritenendo che si trattasse di considerazioni scientifiche, non ravvisò alcun reato. E ieri mattina, davanti al gip Guido Taramelli è stata celebrata l´udienza per l´opposizione (presentata dal Comune tutelato dall´avvocato Giovanni Caineri) alla richiesta di archiviazione.
LE SELCI E L´IMPUTAZIONE. Tornando alle selci blu alla dottoressa Aspes (tutelata dall´avvocato Marina Iacobazzi) viene contestata la violazione di tre articoli del decreto legislativo del gennaio 2004 (codice dei beni culturali e del paesaggio): in particolare quelli che si riferiscono agli obblighi conservativi, agli interventi vietati e a quelli che devono essere soggetti ad autorizzazione.
Oltre a questi le viene contestato il danneggiamento del patrimonio archeologico (articolo 733) e il danneggiamento perchè per il pm «tenne una condotta omissiva e commissiva in violazione di più disposizioni di legge». E in particolare «omise di garantire la corretta conservazione dei reperti già depositati a Castel San Pietro».
LE AUTORIZZAZIONI CARENTI. Reperti di inestimabile valore che non vennero nè ordinati nè catalogati. La condotta commissiva della dottoressa Aspes invece sarebbe consistita nel rimuoverli dal luogo in cui erano custoditi e trasferirli nei locali dell´ex Arsenale «in difetto dell´autorizzazione della Soprintendenza».
Un punto, questo, controverso perchè, come emerge dalla relazione dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Venezia, la Soprintendenza è stata informata per la prima volta dal Comune nel dicembre 2008 e in quell´occasione veniva chiesta l´autorizzazione al trasferimento dei reperti dai depositi di palazzo Gobetti a quello dell´Arsenale. I reperti si sarebbero così trovati nello stesso luogo in cui, dal 2006, erano stati collocati quelli provenienti da castel San Pietro.Un´altra richiesta di spostamento da palazzo Gobetti è datata 7 gennaio 2009.
Emerse in seguito, sempre stando a quanto accertato dai carabinieri, che già dal febbraio 2007 era stato disposto il trasferimento da Castel San Pietro all´Arsenale e poichè le nuove scaffalature non erano pronte, i cassetti con i reperti vennero sistemati per terra, sul cemento. Ma la delibera del Comune relativa al «trasloco» risale al 2006, nell´ottobre di quell´anno era stato deliberatoil trasferimento provvisiorio dai depositi del Museo all´ex Arsenale ed entro il dicembre di quell´anno avrebbe dovuto spostare le collezioni del Museo che si trovavano nel Castello che domina la città. Ma la prima comunicazione alla Soprintendenza, come detto, arrivò due anni dopo.
Si tira in ballo anche la scaffalatura in metallo (quella in legno era gravemente danneggiata) ma mai dei tappetini in gomma . E si ritenne che scaffalature in metallo e tappetini potessero essere responsabili del danno causato alle selci.
Il fatto di aver trasferito i reperti senza curare che la collocazione «fosse fonte di pregiudizio per la conservazione» rappresenta per il pm il dolo eventuale, cioè l´accettazione del rischio che potesero danneggiarsi «in ragione della preesistente funzione dell´immobile di destinazione (già adibito ad attività militari anche come deposito di armi)».F.M.

 

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 21/02/2013

Note: CRONACA“ Pagina 16