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BORGO TRENTO. Numerose lapidi, soprattutto nell’ingresso realizzato alla fine dell’800, ricordano coloro che donarono i loro beni per la cura dei poveri e dei bambini.

Alessandro Alessandri volle destinare la sua eredità al primo padiglione materno-infantile alla vigilia della Grande Guerra. 

È ormai realtà, almeno nelle sue forme esterne, il nuovo edificio dell’ospedale di Borgo Trento, destinato ad accogliere il Polo chirurgico con le tecnologie più all’avanguardia.

La nota curiosa è che questo, che sarà per Verona l’ospedale del prossimo futuro, sta sorgendo a lato del primo edificio sanitario, sorto in Borgo Trento e cioè il padiglione dell’«Alessandri», voluto per curare i bambini e che, oggi, accoglie la divisione di Ortopedia.

L’edificio ha mantenuto in facciata le linee architettoniche del primo Novecento. Era infatti il 7 giugno del 1914, quando venne inaugurato l’ospedale infantile, che, di fatto, ha iniziato l’era moderna della sanità veronese.

Fu realizzato grazie alla Cassa di Risparmio che decise l’acquisto di un’area, nella zona nord-ovest della città, stanziando 70mila lire, ma soprattutto grazie ad Alessandro Alessandri che, nel suo testamento del 15 settembre 1895, destinava un lascito a un istituendo ospedale per bambini per «ospitare e curare i malati poveri di ambo i sessi del Comune di Verona, di età fra i tre e gli otto anni, purché non affetti da infermità incurabili o contagiose». La famiglia Alessandri, originaria di Pescantina, non era nobile, ma ricca: Alessandro, che aveva 87 anni ed era rimasto solo, dopo la morte del fratello Carlo, disponeva di importanti proprietà immobiliari. Progettato dall’architetto Tempioni, l’ospedale fu considerato il migliore d’Italia e tra i più moderni d’Europa: comprendeva 180 letti, ma aveva spazi sufficienti per 200 e i medici usavano gli strumenti e le attrezzature diagnostiche più all’avanguardia.

Proprio in facciata, ci sono due belliss! ime lapidi che ricordano i generosi benefattori. A destra dell’ingresso, un bel marmo con la scritta latina «In charitatis lumine» (nella luce della carità), la data del 1885 e il ricordo dei fratelli Carlo e Alessandro Alessandri, con un bel bassorilievo in bronzo: raffigura una donna, possente e austera, ma materna, al tempo stesso, con due bambini.

È l’immagine della pediatria, la medicina dei piccoli. A sinistra, un’altra lapide con un fregio di putti e alcune parole sbiadite che ricordano altri benefattori dell’ospedale, con il nome e la data della loro donazione: Giulietta Cressotti, vedova Zorzi, (1905), Giosafatte Cressotti (1905), Agostino Failoni (1909), La Cassa di Risparmio (1916), la contessa Giuseppina Franchini, vedova Cipolla D’Arco (1925), Vittorio De Mori (1938), Jone Guglielmi, vedova Castelli (1946) e infine Albarelli Tullio fu Gaetano (1961). Sotto, una lapide rimasta bianca: forse ci si aspettava un numero maggiore di benefattori!

Con lo scoppio della Grande Guerra, dopo circa un anno dall’inaugurazione, l’Alessandri fu requisito per tutto il periodo bellico.

Negli anni Venti, la sua storia venne a intersecarsi con il progetto di un nuovo ospedale civile, ormai necessario, visto che quello cittadino di via Marconi era ormai insufficiente. Il 9 agosto del 1929, il commissario prefettizio Ciotola ne deliberò la costruzione, affidando il progetto all’ingegner Pio Beccherle.

Il progetto Beccherle è della fine degli anni Trenta, in stile Novecento. Ha curato gli aspetti architettonici soprattutto nella palazzina d’ingresso dell’Ospedale, che è stata restaurata di recente: oggi è sede della direzione dell’Azienda ospedaliera.

L’edificio mostra un aspetto elegante: sulla facciata di color ocra chiaro, che appartiene al nucleo originale dell’ospedale, si impongono le colonne di marmo ai lati dei finestroni centrali, su cui campeggia la scritta Istituti Ospitalieri, con le! lesene che scandiscono le finestre e la cordonatura a dentelli del sot! totetto.

Proprio in occasione del restauro, sono state ripulite, divenendo leggibili, alcune lapidi, poste sulla facciata interna di questa palazzina, che ricordano alcuni benefattori. Elegantissima la loro forma. Merita rileggerle, partendo dall’ala di sinistra.

Sul primo marmo, in italiano: «Chi legge imiti Antonio Bertini prete che istituì lo spedale», con la data del 1837. A fianco, un’altra lapide, in latino, menziona Giovanni Giacomo Trevisani, che ha dato una cifra colossale: 620 mila lire austriache. La data, in lettere latine, è 8 agosto 1828.

Il terzo marmo ricorda un fatto tragico della storia più recente: il bombardamento che colpì l’ospedale militare, dove erano stati ricoverati i malati di Borgo Trento. Avvenne alle 11 di notte del 5 luglio 1944, causando la morte di 45 pazienti e di cinque suore della Misericordia.

Avrebbero potuto salvarsi, ma preferirono morire accanto alle ammalate. Sono riportati i  loro nomi, con la citazione della parabola evangelica delle vergini: «A mezzanotte venne lo sposo». Furono Onorilla Basso, Settimilde Stefani, Ginapace Bovi e con loro la novizia Teresa Dell’Antonia e la sorella Natalina Faggion.

Nell’ala di destra, ci sono il busto di Clarina Balestra, un’altra donatrice, ma senza nessuna scritta e poi la lapide con il busto di Giovanni Verardo Zeviani, con scritta in latino e la data del 1708: medico e fisico, lasciò un legato 60mila lire. Si legge anche che morì a 82 anni. Infine un altro marmo che ricorda «l’ottimo disinteressato zelante Cartolari Bernardino, che per 40 anni amò gli infermi italiani», con la data del 1810.

Tanti personaggi generosi e altruisti da riscoprire, grazie alle antiche pietre.

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 23/08/2010

Note: CRONACA Pagina 11