Restauratrici al lavoro per sistemare il pavimento della basilica di San Zeno

I TESORI DELLA CITTÀ. Stanno per concludersi i lavori iniziati a gennaio. La basilica viene visitata ogni anno da centomila turisti a cui si aggiungono fedeli e scolaresche
È costruito con centinaia di lastre di identica misura con la pietra dei Lessini. L’architetto: «Il grande nemico è l’erosione causata dall’umidità del terreno»
LAURA PERINA

Sta per concludersi il restauro di uno dei simboli di Verona, il pavimento a scacchiera che si trova nell’aula plebana della basilica di San Zeno. Un capolavoro in pietra della Lessinia, costruito con centinaia di lastre policrome, sui toni del bianco e del rosso, con alcune varietà di marmo oggi introvabili per via della scomparsa delle cave da cui venivano estratte. Nelle chiese cittadine è un unicum. Ci voleva un intervento conservativo per riportarlo allo splendore, e soprattutto garantire una tenuta durevole dopo decenni di manutenzioni a spot, l’ultima delle quali risale agli anni Cinquanta. Il cantiere, affidato alla ditta Cristani Pierpalo snc, è partito a gennaio grazie a un finanziamento di ventimila euro dell’associazione Chiese Vive che si occupa della tutela e valorizzazione dei beni ecclesiastici della diocesi.«È un’operazione minimamente invasiva, in sintonia con la Soprintendenza» evidenzia monsignor Gianni Ballarini, abate di San Zeno e presidente dell’associazione. «I lavori», spiega, «permetteranno di esaltare ancora di più l’unicità della pavimentazione che caratterizza l’interno della nostra basilica», oltre a mettere in sicurezza alcune pietre particolarmente ammalorate dal rischio di cadute. La chiesa del patrono è meta per oltre centomila turisti l’anno, a cui va aggiunta la moltitudine di veronesi, scolaresche comprese, che ogni giorno vi si reca in visita. Oggetto della riqualificazione sono 134 lastre di marmo in prossimità della scalinata che conduce alla cripta. Si combatte contro usura ed erosioni, spiega l’archietto Flavio Pachera, fabbriciere dell’abbazia, «causate da diversi fenomeni, fra cui l’umidità sottostante. Si è intervenuti su scagliature, lacune e fessurazioni dovute probabilmente alla perdita di materiale di allettamento» specifica. «Ancora, su stuccature di cemento e resina da rimuovere perché eseguite in materiale non compatibile con l’originale, e strati di cera ingiallita che hanno intaccato la superficie». Al termine della lucidatura, l’applicazione di malte a base di calce idraulica, sabbia e polveri di colori simili all’originale garantirà uniformità col resto del pavimento. «In origine pensavamo di sostituire le pietre più danneggiate», racconta Pachera.«Alla fine il restauro è stata la scelta migliore per preservare la lettura»di quello che è accaduto prima». Il manufatto risale al periodo compreso tra il Cinquecento – quando la realizzazione dello scalone centrale collegò la chiesa plebana al presbiterio superiore, in precedenza fruito dai soli monaci – e l’Ottocento.«Poche chiese vantano un’opera d’arte simile» sottolinea il fabbriciere. Ben diverso da un classico pavimento a scacchiera composto da rosso ammonitico e marmo botticino, quello di San Zeno è un vero e proprio catalogo della pietra dei Monti Lessini: i conci rossi sono del gruppo del nembro nella varietà del rosso magnaboschi, sanguigno, broccato e rosso Verona, mentre i più chiari sono in giallo Verona, verdello, nembro rosato e gialletto a cui si aggiungono il rosa corallo del gruppo dei cimieri e la pietra di Prun bianca e rosa. Altra particolarità è la dimensione delle lastre, ciascuna delle quali misura esattamente 69,54 centimetri per 69,54 «equivalenti a due piedi di fabbrica». Data la complessità, predisporre i disegni da inviare alla Soprintendenza, la pavimentazione è stata fotografata da un drone. «Immagino che al termine del restauro varrà la pena dar vita a una piccola pubblicazione» anticipa Pachera.

Data: 18/10/2018