CAPITOLIUM ROMANO. Il complesso ecclesiastico risale all’XI secolo
L’ipogeo è stato restaurato e collegato alla chiesa L’architetto Bonfanti: «I lavori hanno reso fruibile l’ambiente, riaprendo anche la scala d’accesso»

Una piccola gemma incastonata nell’area archeologica del Capitolium romano, sotto il vasto spazio di pregio architettonico perimetrato dal Monte dei Pegni, palazzo Malaspina, Corte Sgarzerie e palazzo Maffei. A un passo da piazza delle Erbe. Un gioiello smarrito per diverso tempo, e ora ritrovato.Comprensibile l’esultanza dei veronesi che ieri hanno affollato la chiesa di San Benedetto al Monte per conoscere la nuova cripta del complesso ecclesiastico edificato attorno all’XI secolo dai monaci benedettini (quasi certamente come «casa» dipendente dall’abbazia di San Benedetto ad Leones, di Leno), inaugurata dall’équipe di professionisti e maestranze che, grazie al sostegno di Cassa Padana, ha completato il ciclo di interventi per la conservazione e valorizzazione dell’ipogeo avviati nel 2011 sotto la direzione dell’architetto Gioia Bonfanti (con supervisione dell’allora funzionaria della Soprintendenza archeologica Giuliana Cavalieri Manasse), e quindi ripresi nel 2016 per terminare lo scorso dicembre.«Cassa Padana viene a conoscenza della cripta nel 2010, periodo in cui ci stavamo dedicando anche ad altri siti di fondazione benedettina», ha spiegato il presidente Vittorio Biemmi, «ed è così che incrociamo la strada della rettoria veronese, da anni interessata al recupero dello spazio. Dal 2000 eravamo inoltre impegnati negli scavi archeologici dell’antica abbazia benedettina di Leno, fondata dal re longobardo Desiderio nel 758 d.C. e, per secoli, seconda solo a Montecassino quale centro di potere economico-politico dell’Italia settentrionale. La conferma del rapporto fra Leno e Verona ci ha spinto ad accelerare la collaborazione con la squadra scaligera e dare finalmente il via al progetto per l’esecuzione degli scavi, il restauro e il ripristino del collegamento della cripta con la chiesa superiore». Quest’ultima giunta a noi in seguito a diverse riforme edilizie, l’ultima datata 1617.Dopo la scoperta, tra gli anni Ottanta e Novanta, del tempio pagano dedicato alla triade capitolina di Giove, Giunone, Minerva, di cui sono visibili tracce anche nel pozzo aperto nella pavimentazione della cripta, in quest’area si sono avvicendate numerose campagne di scavo. «I lavori da me coordinati (in seconda battuta eseguiti dalla ditta Fraccaroli) su progetto strutturale dell’ingegnere Claudio Modena, hanno consentito di ripristinarne una maggiore fruizione, a partire dalla riapertura della scala di accesso (di cui sono stati recuperati i gradini esistenti) e altri interventi di consolidamento degli elementi portanti», ha rivelato Bonfanti. Tornati al loro splendore anche gli apparati decorativi e intonaci delle volte, affidate alla restauratrice Alessandra Canova, moglie del sindaco Sboarina, che le ha ripulite dalla fitta coltre di polvere e umidità provocati dalla duratura occlusione degli accessi.Plauso dal rettore don Carlo Zantedeschi, ideale portavoce della gratitudine sia di San Giovanni Calabria, che proprio lì – come rettore dal 1907 al 1912 – posò la prima pietra dell’Opera dei Buoni Fanciulli, sia di San Benedetto, «che come titolare sarà lieto di vedere rinnovato ciò che sperimentò anche a Montecassino, suo grande monastero, che come un albero rigoglioso affondò le radici nelle rovine di un tempio pagano dedicato ad Apollo. Il messaggio cristiano si innesta così sulla religiosità umana, senza annullare il passato».

Tratto da: L'Arena - cultura- pag.53

Note: FRANCESCA SAGLIMBENI - foto Marchiori