Olivia Guaraldo

IL FATTORE UMANO. Una «risposta positiva» alle limitazioni. E ora il desiderio di normalità
Guaraldo: «Messi di fronte alla nostra vulnerabilità sarebbe bello se fossimo spinti a un cambiamento»
È mancato il dolore. O, almeno, la sua presenza come realtà individuale. «Abbiamo tutti negli occhi le bare allineate. Ma poco abbiamo condiviso di ciò che questa emergenza ha rappresentato per ciascuno, dalle mancate visite in ospedale ai funerali celebrati con solo pochi familiari». Olivia Guaraldo, docente di Filosofia politica all’università veronese, dipartimento di Scienze Umane, dell’emergenza pandemica, mette a fuoco soprattutto «la troppa attenzione ai numeri rispetto alle vicende delle persone».Siamo migliori, peggiori o uguali a prima?«Per formazione cerco sempre una lettura “positiva” della realtà, comunque filtrata dalle nostre interpretazioni. Come italiani abbiamo risposto abbastanza bene al “lockdown”…»Una fase non facile, per tutti…«C’è stato dibattito tra i filosofi. Una corrente di pensiero sottolineava la risposta di rispetto delle regole come un’accettazione passiva. Io propendo, come altri, per un’assunzione di responsabilità collettiva»Ma ora si torna alla «movida», fin troppo scanzonata. Possibile che si consideri tutto dietro le spalle?«Abbiamo visto il senso di solidarietà e di aiuto, i ragazzi che hanno dato un esempio straordinario di maturità. C’è stata e permane comunque nella maggioranza delle persone, una coscienza responsabile. Abbiamo obbedito, in questo frangente, come all’ordine dato in famiglia. Ora scontiamo il passaggio dalla segregazione alla libertà, al forte desiderio di tornare allo stato precedente: e questo è all’origine anche di certe situazioni. Siamo, inutile negarlo, esseri abitudinari»Cos’è mancato, sotto il profilo umano, in questa emergenza?«Di certo la dimensione del dolore individuale, come perdita di una parte di sé. Al suo posto abbiamo dato spazio ai numeri, a una battaglia in cui anche i morti sono stati rappresentati come massa. Di certo è mancata la dimensione del dolore condiviso»Cosa resterà di queste settimane inattese e per molti aspetti surreali?«Impossibile stabilirlo con certezza, almeno per ora. La speranza è che si sia compresa, ben più di prima, la nostra vulnerabilità. Non solo di fronte al virus ma anche rispetto a realtà solo apparentemente lontane, come le guerre o la crisi ambientale. Sarebbe positivo se ciò che abbiamo passato, singolarmente e come comunità, ci rendesse maggiormente coscienti di quanto siamo tutti, inevitabilmente e globalmente, esposti. Spingendoci, magari, verso un cambiamento».

 

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 14

Data: 24/05/2020

Note: P.M.