Elda Baggio con una collega operatrice di Msf a Gaza

OTTO MARZO. Testimonianza di una docente universitaria, operatrice di Medici senza Frontiere

Elda Baggio: «Nelle crisi belliche la scelta è sempre su chi salvare Ed oggi sono quasi tutte ragazze a impegnarsi nella cooperazione».
«Fare la differenza». Otto marzo, una ricorrenza? «Dare la disponibilità e andare dove serve, nei luoghi in cui non c’è, come nei nostri ospedali, chi ti possa sostituire». Elda Baggio, docente universitaria del Dipartimento di medicina e chirurgia, referente per Cooperazione allo sviluppo dell’ateneo, operatore umanitario di Medici Senza Frontiere, nel Consiglio direttivo dell’associazione premio Nobel per la Pace nel 1999, racconta i suoi diciassette anni di impegno nei «Paesi a risorse limitate». Interventi sui tavoli operatori e nelle aule universitarie, con quindici docenti coinvolti. E molti studenti. «Non so se sia una questione di genere, di una diversa sensibilità», osserva, «ma negli ultimi due bandi per la cooperazione internazionale, che coinvolgono tutti i dipartimenti, a candidarsi sono state quasi esclusivamente donne. Su questo ci stiamo interrogando». Otto marzo 2019, la storia di Elda. «Simile a quella di tante giovani veronesi, poco meno di una ventina, che oggi sono nel mondo per seguire una scelta», dice Giovanni Di Cera, responsabile del gruppo scaligero di MsF.NELLE CRISI. L’apertura internazionale e solidaristica dell’ateneo risale a un primo intervento medico-sanitario a Ngozi, in Burundi. Da quell’esperienza è derivato il master in «Chirurgia tropicale e delle emergenze». «Per anni sono stata lì, rendendomi conto di come la formazione del personale infermieristico specializzato sia, in quel contesto, ciò che è per noi il medico di base: primo ma, per loro, unico presidio», racconta Baggio, attiva anche nel supporto al gruppo veronese di Medici senza Frontiere. Da allora è stata al centro delle «crisi»: Somalia, Siria, Nord Kiwu, Yemen, Iraq, Siria, Palestina (Gaza), Haiti.IN MISSIONE. «Il “non potere fare” è pesantissimo», racconta Elda Baggio. «Sono una persona razionale, riesco a tenere le cose sotto controllo. Solo una volta mi è accaduto di dovermi fermare, su richiesta del capo missione, perché stavo letteralmente lavorando “intorno all’orologio”». Quasi nulla dei protocolli ospedalieri si salva nei teatri operativi. Con una doppia distinzione: la crisi da situazioni di povertà o la situazione di belligeranza. Nel primo caso vengono gestite le risorse disponibili per la cura. «Nel secondo conta la velocità, la riduzione del danno immediato (Dcs, damage control surgery, ndr) nella speranza di un intervento successivo», spiega Baggio: «Agli infermieri, bravissimi, del “triage” il compito di valutare quali pazienti abbiano una possibilità, quindi la precedenza…». Rispetto ai codici di gravità occidentali, nei contesti in cui opera Medici senza Frontiere, se ne aggiunge un altro: «black», nero, vita senza speranza «da accompagnare verso la fine».RISCHIO E IMPATTO. «Al pericolo non penso mai, vado dove mi chiamano. Anche perché MsF cura tutti e ciò, nel tempo, ci ha messo al riparo da molti rischi». È il marchio di fabbrica dell’associazione, il suo «blasone», insieme con una sorta di obbligo morale «alla testimonianza». «In Siria avevamo un reparto, dieci letti, in cui venivano curati i combattenti dell’Isis. Così facciamo, piaccia o meno», racconta Elda Baggio. «Uno dei medici, iracheno, aveva avuto l’intera famiglia sterminata dai miliziani del Califfato e si rifiutava di intervenire. È stato licenziato». Emozioni? «Tante, non esiste per me una graduatoria», ammette l’operatrice umanitaria. «Un pomeriggio, in ospedale a Mosul, sono arrivati tre fratellini, feriti da una mina: due erano lievi, il terzo “black”. Non me la sono sentita di rinunciare, abbiamo tentato un’amputazione. È morto il giorno dopo…». «Fare la differenza». Come mai così tante donne, ogni giorno?

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 20

Data: 8/03/2019

Note: Paolo Mozzo