Quando si andava a scuola abbracciati con amici e amiche

LE SFIDE. Neuropsichiatri e psicanalisti spiegano il ritorno in classe

Trasmettere cultura ai ragazzi in un clima di paura non sarà semplice. Gli esperti: «Non deve passare il messaggio di pericolo, gli adulti siano equilibrati»
Pensare con fiducia al giorno che verrà. Obiettivo non facile col Covid-19 che aleggia intorno a noi. Soprattutto ora che si torna a scuola. Come sarà possibile per i docenti trasmettere la cultura in un clima di paura? E riusciranno gli studenti ad ascoltare la lezione se la mente teme il contagio?«Da quando è insorta la pandemia nessun bambino di età prescolare o delle prime classi elementari ha riferito ai nostri ambulatori problematiche legate a Covid-19», osserva Alessandro Simonati, professore ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università di Verona e direttore della Scuola di specializzazione. E aggiunge che, chiedendo ai bambini e ai loro genitori come hanno vissuto il lockdown, è emerso che i bambini prescolari (scuola materna) e delle prime classi elementari «erano tendenzialmente contenti di restare a casa, soprattutto se i loro genitori erano presenti».Per gli altri alunni della scuola primaria la felicità è durata meno «perchè sono diventati insofferenti, alcuni per il carico di compiti, altri per la mancanza di contatti con i compagni o con le altre attività di gruppo cui erano abituati, altri proprio per il bisogno fisico di uscire di casa».«L’intolleranza», aggiunge il docente, «è aumentata negli adolescenti e molti di loro hanno finito per trascorrere molte ore al giorno davanti al pc o con l’iPad».La paura cresce con l’età. Perchè il tempo che passa porta consapevolezza. Per Franco Pajno Ferrara, neuropsichiatra infantile, «se è vero che l’incoscienza difende i più piccoli dalla paura, per insegnanti e genitori c’è il rischio che, con la ripresa delle lezioni, questo timore provochi una frattura della continuità positiva dell’esistenza e trasmetta un senso di inquietudine a effetto domino».Con quali conseguenze? «Il rischio più grave è trasmettere il messaggio che andare a scuola sia pericoloso. Un siffatto atteggiamento può gettare un’ombra negativa sull’apprendimento. Del resto genitori e professori non sempre trasmettono la necessaria sicurezza. E i piccoli sono bravissimi a cogliere la fragilità dei grandi che dovranno essere attentissimi a non fare affiorare le loro paure».La dimensione cambia nei tardo adolescenti, quelli di età compresa fra i 15 e i 18 anni, forti di una spinta verso l’invulnerabilità. «Corrono in moto, si buttano dai ponti, se ne infischiano delle regole e e sono attratti dalla sfida», chiarisce Pajno Ferrara, e spiega che «per loro la scuola può fare molto convincendoli che la loro collaborazione è indispensabile per sconfiggere il virus, ma senza trasmettere regole ferree per non esasperare le distanze, per non far nascere la sensazione che il compagno di classe o l’insegnante siano nemici. Quanto alla vicinanza, se per i più piccoli quella degli insegnanti sarà rassicurante, i più grandi saranno derubati del compagno di banco, preludio dell’amico di una vita, complice e custode di tanti segreti».Per Stefania Peruzzi, veronese, psicoanalista junghiana docente del Centro italiano di Psicologia analitica (Cipa) «il ritorno a scuola comporterà un compagno di banco nascosto e un collega oscuro per gli insegnanti: il panico sotterraneo e diffuso». E spiega come il termine panico derivi dal mito del dio greco Pan, mezzo uomo e mezzo animale, divinità dei boschi e della natura, che si aggirava nelle foreste, inseguiva le ninfe e le spaventava. Arrivava all’improvviso, si travestiva, per cui era molto difficile sottrarvisi. Altrettanto repentinamente se ne andava lasciando un senso di ansia e di inquietudine per la paura che tornasse ancora, senza sapere quando e perché. Il Covid 19 si presta in modo eccezionale a rappresentare il dio Pan: nascosto, imprevedibile, camuffato nei portatori sani, può coglierci all’improvviso e inaspettatamente. «Questa confusione e questo panico», aggiunge Peruzzi, «non possono essere lasciati fuori dalla porta delle aule: i ragazzi hanno sofferto il lockdown anche per la mancanza del gruppo classe, dei loro contatti sociali, e dello sguardo degli insegnanti su di loro. Adesso però il ritorno a scuola comporterà una co-presenza con questo virus, oscuro compagno di classe, con le fantasie persecutorie e incontrollabili che lo caratterizzano».Suggerimenti? «Molti giovani durante e dopo il lockdown hanno sviluppato nuove fobie relative ai contatti sociali per la paura di portare il contagio in casa ai genitori o ai nonni con le conseguenze terribili che i media non ci hanno risparmiato. Credo che per i ragazzi più sensibili questa ansia inevitabilmente aumenterà con l’esperienza a scuola, con la vicinanza, con le mascherine, con i separatori in plexiglass che non permetteranno di dimenticare il rischio. Inoltre, l’angoscia dei moltissimi insegnanti over 60 non faciliterà il clima. Ora più che mai sarà necessaria una educazione emotiva e non solo cognitiva».Ma un insegnante spaventato dal Covid-19 e giustamente timoroso del contagio, cosa può trasmettere? Come interagirà con gli allievi? Quanto sarà inficiato il suo compito educativo? «Gli insegnanti», risponde Peruzzi, «ora più che mai dovranno parlare della paura, insegnare a gestirla in modo appropriato, darne il giusto peso, anche con l’aiuto della moderna tecnologia digitale».Nell’anno scolastico appena iniziato, conclude Peruzzi, «l’equilibrio psicologico dell’adulto sarà determinante per i giovani che ne subiranno l’influenza: genitori con i figli, insegnanti con gli alunni. Per tutti sarà una grande prova di contenimento e di elaborazione della angoscia propria e dei loro ragazzi».

Tratto da: L'Arena - cultura- pag. 34

Data: 16/09/2020

Note: Danilo Castellarin