SOS ANAGRAFE. È la prima volta che in Italia dal 1861 si registra il sorpasso generazionale: in riva all’Adige è emergenza

Il 28% della popolazione ha meno di 30 anni e per ogni 100 residenti tra 0 e 14 anni ci sono 203 anziani Il demografo: «Deserto giovanile»

La distribuzione anagrafica di Verona è allarmante: in 50 anni il tasso di natalità si è più che dimezzato
C’è stato il sorpasso. Dopo 157 anni per la prima volta in Italia gli over 60 hanno superato gli under 30. Nel 1861 il neonato Regno d’Italia era fatto più di giovani che di vecchi: oggi, le parti si sono invertite e la popolazione italiana è tra le più attempate al mondo. C’è voluto un secolo e mezzo per arrivare a tanto e sarà difficile tornare ad equilibrare il divario, impossibile superarlo. Gli esperti di demografia, come il professor Carlo Federico Perali docente di Politica economica all’Università di Verona, non usano mezzi termini: «Siamo alla desertificazione giovanile». E lanciano preoccupati l’allarme: «E’ la più grande emergenza dei nostri tempi le cui conseguenze sono al momento irreversibili. Bisogna correre ai ripari in fretta, l’Italia non ha più tempo da perdere».Questo, in generale. Nel particolare, la catena di smontaggio degli under 30 è arrivata a livelli critici anche a Verona. Nonostante sia stata promossa tra le «top 15» per qualità della vita (indagine di Italia Oggi di qualche giorno fa), la città deve fare i conti con il cambio di maggioranza generazionale: i veronesi con più di sessant’anni superano quelli sotto i trenta. I numeri confermano la morìa: in riva all’Adige ci sono più genitori che figli, più nonni che nipoti; la fascia tra 0 e 30 anni è solo il 28% della popolazione totale (257.275 residenti), quella da 31 in su ben il 72%. All’interno delle due macro-aree, si trova che i bambini (0-10 anni) arrivano appena al 9% così come gli adolescenti/ragazzi (11-20 anni), mentre il gruppo 21-30 anni rappresenta il 10%, quello 31-59 anni il 40,6% e gli over 60 il 31,4%. Una progressione verso la maturità che non lascia scampo. E che fa la politica? «Si adatta alla realtà concentrandosi sui bisogni dei più vecchi, lavora a posteriori e non priori, a monte e non a valle, non fa prevenzione per invertire il trend suicida», ribadisce il professor Perali lasciando intendere che interventi mirati sono possibili. «Basta guardare cos’ha fatto la Germania», chiosa, «e prima ancora la Francia: nella stessa nostra situazione, c’è chi riesce a cambiare le cose e a garantirsi un futuro meno grigio». E prosegue: «Tutelare più gli attempati dei virgulti, significa togliere terra da sotto i piedi dei giovani, innescando un circolo vizioso che solo programmi a lungo termine di supporto alla maternità, ai figli, alla conciliazione dei tempi all’interno della coppia, alla scuola di qualità e ai posti di lavoro lavoro, possono cambiare». Ci ritroviamo invece con una Legge di Bilancio che sostiene le pensioni e pochissimo i bambini, «perchè gli anziani, differentemente dai piccoli, sono la maggioranza e votano».Le previsioni? Di questo passo tra mezzo secolo nelle piazze della città ci saranno più carrozzine per non autosufficienti che per neonati. «E non è perchè le donne non abbiano più voglia di fare figli», chiosa Perali, «ma perchè semplicemente temono di non avere abbastanza risorse per crescerli e, se si buttano, fanno poi i conti con la mancanza di servizi». Le italiane dichiarano infatti di volere in media 2 bambini ciascuna (Istat) ma poi ne fanno meno di uno (0,80). Basterebbe, tanto per cominciare, garantire nidi a buon mercato, tenendo le scuole aperte in estate, sgravi fiscali per le baby-sitter o i congedi per i papà alla nascita del figlio: oggi i giorni obbligatori sono due e due quelli facoltativi ma dal 2019 la misura non ci sarà più. Il quadro è insomma infelice, quella in atto è una catena di smontaggio senza fine: meno under 30 significa meno forza lavoro e zero maternità; più denatalità significa curva dell’economia tarata su un certo fabbisogno e non su quello della parte più produttiva della società. «La mancanza di giovani provoca una rivoluzione», spiega l’economista veronese, «che come le tessere del domino ricadrà su tutta la collettività, investendo servizi e consumi. Il Pil non crescerà e diventerà così molto difficile, per esempio, garantire la sanità pubblica piuttosto che il sistema pensionistico». Insomma, se l’Italia è sempre più un paese per vecchi è evidente che gli effetti di questo cambio demografico stravolgeranno la struttura del Paese. Servono misure ad hoc, investimenti sugli under 30 più che sugli sgravi per il coniuge a carico (2,5 miliardi all’anno). Va invertito il giro e, per gli esperti, si potrebbe iniziare dalla formazione. «I ragazzi rinviano le scelte importanti di autonomia perchè non sono in grado di sostenerle», spiega Perali, «si abbandonano allo status di “figli” a carico dei genitori rinunciando a progettare il futuro». La formazione di qualità dei giovani potrebbe essere la soluzione alla loro mancanza numerica ma è proprio questo uno degli impasse in cui l’Italia resta impantanata. «All’estero, in Germania, anche là hanno da fare i conti con la denatalità ma compensano il gap con il potenziamento qualitativo delle nuove generazioni, spingendo sulla ricerca, sullo sviluppo e su una formazione eccellente in grado di sostenere il salto verso l’indipendenza». Anche i tedeschi hanno meno under 30 che in passato ma il Governo li ha messi nella condizione di essere autonomi in fretta: sotto ai 30 anni hanno un lavoro ben retribuito e sono economicamente in grado di crearsi una famiglia e di mettere al mondo figli. Non c’è l’emergenza «economica» che hanno i loro coetanei italiani.«Il nostro quadro è preoccupante», conferma il professor Perali, «e bisogna prenderne coscienza. E’ necessario che la politica metta in atto una strategia salvagente altrimenti, davvero, nel giro di qualche decennio, saremo il vecchio fanalino di coda d’Europa.».

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 18

Data: 25/11/2018

Note: Camilla Ferro -