Claudio Micheletto, primario della Pneumologia dell'Aoui di Verona

L’ALLARME. La Società Nazionale di Pneumologia ha annunciato che «i pazienti più gravi che sono stati in terapia intensiva riportano conseguenze permanenti»

Fibrosi polmonari, deficit ai reni e al cuore, toccato anche il cervello Micheletto: «Restano cicatrici che riducono la capacità respiratoria».
Il coronavirus non è che arrivi, colpisca e se ne vada via senza lasciare segni. Oddio, nella maggior parte dei casi è così – chi si è contagiato, una volta guarito, torna un po’ alla volta alla vita di prima – ma c’è «circa un 20 per cento di chi è finito in terapia intensiva che rischia di avere danni permanenti, di non uscire più dalla malattia».Non vuole fare allarmismo né terrorizzare la gente, il dottor Claudio Micheletto, primario della Pneumologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona, ma è costretto a dire le cose come stanno, anche per far arrivare ai refrattari il messaggio chiaro – fondamentale per l’autunno – «che questa infezione non è una passeggiata ed è un obbligo proteggersi e mettersi in sicurezza con tutti gli strumenti e gli accorgimenti a disposizione». Il bilancio, dopo 4 mesi di terapie e di studio del virus, è appunto che, se lo prendi nella forma più grave, finendo cioè intubato o con un foro in gola per respirare, poi ti ritrovi i polmoni malconci. «Chi è stato a lungo ventilato», ribadisce Micheletto, «ha bisogno di molta riabilitazione, con il rischio concreto che il recupero non sarà mai al 100 per cento. La Sars Cov 2 è una polmonite interstiziale che non danneggia solo i polmoni ma attacca anche altri organi, il sistema cardio-circolatorio, ad esempio, i reni, il cervello. Non è una “normale” infiammazione dell’apparato respiratorio: i pazienti colpiti in modo invasivo rischiano di riportare esiti significativi, a volte irreversibili».Ecco le prove: «Per l’esperienza avuta fin qui a Verona con centinaia di pazienti ricoverati in Malattie infettive, Rianimazione e Medicina, per i 130 casi che ho personalmente seguito io nel reparto Covid costruito ad hoc qui a Borgo Trento, avendo già iniziato a fare i follow up dei pazienti dimessi, io sarei più prudente nelle cifre rispetto a chi parla di un 30 per cento di cronicità post-virus, facendo una previsione, per ora, di 20 su 100 che riportano effetti permanenti». E tranquillizza: «La maggior parte di chi ha contratto l’infezione guarisce e nel giro di un trimestre, massimo sei mesi dalle dimissioni, recupera bene».L’equazione da fare, quindi, è quella che chi ha avuto un Coronavirus molto aggressivo, si ritrova a fare i conti con una capacità respiratoria non più integra. In che termini, è sempre il dottor Micheletto a spiegarlo: «Fiato corto, fame d’aria, necessità di ossigeno, astenia, nei casi peggiori enfisemi, insomma, tutta quella sfera delle patologie pneumologiche conseguenza di malattie ed infezioni che attaccano i polmoni. Da lì, poi, siccome siamo fatti di tanti pezzi che collaborano per il buon funzionamento di tutto il corpo, diciamo che se uno di questi salta, va in tilt anche il resto». E spiega: «Il Coronavirus lascia sul polmone una cicatrice e lì, nel punto in cui c’è questo rattoppo, il tessuto non è più elastico, limitando la capacità espansiva dell’organo. E’ ovvio che, più cicatrici ho, più avrò problemi a respirare, se le ho solo su un polmone farò meno fatica di chi le ha su entrambi, se poi sono molto estese mi resterà poco tessuto sano e avrò quindi bisogno di ricevere ossigeno dall’esterno. Insomma», chiarisce lo pneumologo, «proprio per verificare lo stato di salute di chi ha combattuto questa infezione, stiamo richiamando uno ad uno i pazienti passati in reparto, in base all’ordine delle dimissioni. Facciamo raggi, spirometria, tac, tutta una serie di verifiche diagnostiche a un mese e poi a sei dalla guarigione, per tirare effettivamente una linea nel tempo e capire quanto male ha lasciato il Coronavirus». E’ importante anche il coinvolgimento dell’aspetto muscolare: «Chi sta a lungo allettato, addirittura intubato, per settimane e mesi, deve fare una lunga riabilitazione per tornare in piedi. Questi malati escono dalla rianimazione incapaci di fare un po’ tutto, i loro muscoli sono inesistenti, alcuni anche tracheotomizzati. Insomma, c’è un recupero multidisciplinare da affrontare. Non è una semplice polmonite e basta…», conclude Micheletto.Secondo la Società Nazionale di Pneumologia, però, le cose starebbero peggio. «Il 30 per cento di chi ha avuto il Covid sarà malato cronico, giovani compresi, con segni diffusi di fibrosi polmonari e sintomi, tipo affanno e stanchezza, destinati a diventare permanenti». Di più: «Le violente infiammazioni generate dal virus finiscono per compromettere anche cervello e cuore. I rischi di complicazioni, insomma, sono tanti».Non ultimi quelli psicologici perchè il Coronavirus, dicono i medici, per chi l’ha passato, non passerà mai del tutto.

Tratto da: L'Arena - cronaca- pag. 13

Data: 30/05/2020

Note: Camilla Ferro