San Pietro Martire compatrono di VeronaSarebbe proprio il caso di dire, scrivendo queste note, nemo propheta in patria, riferendomi a San Pietro Martire. Veronese “de sóca”. Pietro Rosini, questo è il suo nome, nacque nel 1203, o giù di lì, in via Sant’Alessio (parrocchia di Santo Stefano). Proveniva da una famiglia religiosa, appartenente a una setta detta dei “catari” o “patari”, bigotti e poco tollerati dalla Chiesa Romana.I Sacramenti erano del tutto astrusi, completamenti differenti da quelli cristiani: non si sposavano, non mangiavano uova, carne, latte ecc. Non facevano nemmeno pratiche sessuali (mi domando in che modo nacque il buon Pietro….) Ma questa è un altro discorso…Il nostro futuro santo, dunque, capì subito, che le regole religiose praticate anche nella propria famiglia, non potevano incontrare pareri favorevoli nella stragrande maggioranza dei veri cristiani.Studiò molto a Verona e poi a Bologna. – Divenne un predicatore eccelso e un tenace oppositore dei movimenti eretici. Fu mandato per qualche anno a Firenze e poi nel 1241 a Milano. Fu nominato inquisitore da Papa Gregorio IX, presso il convento di Sant’Eustorio posto nella città lombarda.Da considerare che il popolo religioso milanese fosse per l’ortodossia. Sicché il frate dovette combattere a lungo. Un “lavoro”, veramente gravoso per il monaco veronese.Le sue omelie furono senz’altro dure, verso chiunque non rispettasse i comandamenti cristiani, attirò su di sé le ire di chi era contrario alla sua dottrina.Fu pure senz’altro inflessibile verso gli infedeli e verso se stesso. Digiunava spesso e pregava incessantemente.Il 6 aprile del 1252, di ritorno da Como, dove evidentemente le sue parole non trovarono fertile terreno preso quelle popolazioni. Sta di fatto che in una zona boscosa nei pressi di Seveso, fu tesa un’imboscata. Un delinquente lo prese all’improvviso per un braccio e calò un fendente proprio sulla testa del povero Frate. Difatti nelle immagini che rappresentano il santo, appaiono sempre con un “stegagno” (in veronese) o meglio una “roncola” conficcata nel capo.I veronesi commossi per quanto accaduto, pensarono di ergerli una chiesa in onore del “nostro” San Pietro. Scelsero il luogo, dove sorgeva una piccola chiesa intestata a Sant’Anastasia, posta al termine del “decumano Massimo”. Passano gli anni e la memoria si accorcia.Arrivarono i “domenicani” nel 1290. Iniziano la costruzione con i soldi dei Castelbarco e degli scaligeri. Divenne la chiesa più grande di Verona. Si dimenticarono del nostro Pietro e la intestarono, la chiesa, a Santa Anastasia, romana, martire pure Lei.Di S. Pietro si possono vedere, alla base di un pilastro della maestosa facciata, alcune scene della sua vita. Al compatrono di Verona fu eretto un altare (il primo a sinistra per chi entra). I lavori per la costruzione della stupenda chiesa terminarono nel 1401.Altra chiesa scaligera, a Lui cointestata, del trecento, è san Giorgetto, domenicana anche questa. Per finire al povero Pietro non restò che l’umile chiesetta, semisconosciuta, fatta costruire nel luogo dove il santo nacque, e null’altro.Póro Piero: béco (tradito) e bastonà…
Sorgente: Voce e pensieri di Bruno – Vi esporrò mie considerazioni