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SOLIDARIETÀ. Il 17,2 per cento dei veneti è impegnato nell’aiuto al prossimo: una risorsa unica.

Museo (Csvnet): «Essenziali per garantire welfare e servizi ma bisogna superare l’autoreferenzialità». L’esempio di Cordioli, recordman dell’Avis. Verona e il Veneto sono da sempre terreno fertile per il volontariato. Per averne conferma basta consultare la ricerca che l’Istat ha realizzato nel 2013: da quella che è la prima rilevazione nazionale sulle «Attività gratuite a beneficio di altri» si scopre che il 17,2 per cento dei veneti ha fatto volontariato nel mese precedente l’intervista, un tasso secondo solo a quello del Trentino Alto Adige. E che, a sua volta, si scompone in una fetta di volontariato organizzato, il 10,7 per cento del campione, e in un 7,6 per cento di volontariato individuale, cioè svolto non all’interno di una associazione registrata.Perché il volontariato vive di un mix – alla perenne ricerca di un equilibrio – fra la spinta generosa a donare e la necessità di darsi un’organizzazione e una professionalità senza le quali la «macchina» del Terzo settore non potrebbe muoversi oltre i primi metri. A livello nazionale arriva al 12,6 per cento la quota di chi dona almeno qualche ora al mese per aiutare gli altri. Secondo l’Istat 6,63 milioni di italiani hanno fatto volontariato, di cui 4,14 milioni in strutture organizzate e 3 milioni in modo informale.«Proprio per scandagliare questo mondo abbiamo realizzato la prima mappatura nazionale in collaborazione con Fondazione Ibm», spiega Roberto Museo, che dirige Csvnet, il Coordinamento nazionale dei centri di servizio per il volontariato.Ricerca istruttiva, da cui emerge come in Veneto il 97,2 per cento delle associazioni censite sono non riconosciute (2.283 in numeri assoluti), e appena il 2,8 per cento sono riconosciute (66).«Ognuno dei 71 Csv attivi ha una propria banca dati di associazioni, che non coincide con i registri regionali», aggiunge Museo. «Per mettere ordine abbiamo fatto la prima fotografia della situazione, scoprendo che c’è un mondo che sfugge alle statistiche.«Uno strumento utile anche alla pubblica amministrazione e alle imprese», sottolinea. «Conoscere l’evolversi del volontariato consente di attuare politiche di intervento sociale e culturale aggiornate, e anche alle imprese offre l’opportunità di essere ponte fra progettualità profit e non profit».Prendiamo il caso di Verona: al Registro regionale delle organizzazioni di volontariato risultano iscritte 436 realtà scaligere, mentre il Csv provinciale è gestito da una federazione di 256 organizzazioni. È in una di queste, l’Avis, che Vanni Cordioli ha militato per una vita.La sua prima donazione di sangue l’ha fatta 42 anni fa, ma ricorda la scena come se si fosse svolta ieri. Ricorda il luogo e con chi si trovava: «La prima volta che ho donato il sangue è stato nel 1974 all’ospedale di Negrar», racconta Cordioli, uno dei pionieri del movimento del volontariato nella provincia di Verona. «Avevo 18 anni, ricordo che era l’anno della maturità, assieme a un gruppo di compagni di scuola abbiamo voluto fare insieme questa esperienza».Ma se per qualche vicino di banco fu una toccata e fuga, per Vanni è diventata non soltanto un’abitudine, ma un pilastro su cui costruire la sua vita adulta. «Mi sono iscritto all’Avis di Lugagnano (la frazione di Sona dove vive, ndr), donavo il sangue a Bussolengo. Ho proseguito nell’Avis fino a raggiungere le 120 donazioni di sangue intero, e penso che per una persona disabile fisica come me non sia un traguardo facile. Adesso ho smesso per raggiunti limiti di età».Il record di donazioni due anni fa è valso a Vanni Cordioli una targa donata dai suoi amici dell’associazione, ed è figlio di una testardaggine che si è tradotta in un impegno a favore del volontariato in ambito professionale (da assicuratore, in Cattolica assicurazioni, ha promosso polizze ad hoc per l’attività dei volontari, previste dalla legge 266 del 1991) e politico (da assessore nel suo comune ha dato vita a un’associazione di volontariato per supportare l’ente locale nell’erogare servizi sociali).È proprio questo il pregio maggiore del Terzo settore secondo Roberto Museo: «È chiaro: senza volontariato questo Paese e il suo sistema di servizi sociali e sanitari avrebbe seri problemi, alla luce della riduzione delle misure di welfare con la crisi degli ultimi dieci anni. Senza, avremmo un Paese meno felice, meno capace di reagire a situazioni non solo straordinarie ma quotidiane».Ma non mancano i punti in cui si può migliorare: «Di contro il Terzo settore ha una virtù negativa, l’autoreferenzialità», prosegue Museo. «Rischia di essere troppo concentrato sul quotidiano e di non accorgersi delle altre realtà che lo circondano, e invece mai come ora c’è bisogno di fare rete e progettare interventi insieme».La parcellizzazione degli interventi, insomma, è un lusso che non ci si può più permettere. Anche perché negli ultimi sei anni le erogazioni delle fondazioni bancarie ai Csv sono crollate da circa 75-80 milioni di euro l’anno a 35-40 milioni di euro. «Per questo», conclude Museo, «molti Csv stanno attivando nuove progettualità per intercettare risorse dal mondo dell’impresa e dei fondi europei».o

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA

Data: 6/04/2016

Note: CRONACA - pagina 24